La generazione-Di Maria/2: Giovanni Di Maria

È grazie a lui che negli anni sessanta il Cus Catania aveva una squadra femminile che giocava in Serie B e una maschile che disputava la Serie D ad alto livello. Ed è lui che ha retto le sorti della FederBasket catanese per vent’anni. Attualmente, Giovanni Di Maria è il responsabile delle attività sportive pomeridiane del Leonardo da Vinci.

Giovanni Di MariaQual è stata la sua esperienza attiva da atleta? «Quand’ero giovane, nonostante non sia altissimo, ero appassionato di pallacanestro. Ero una guardia-play nel Centro Sportivo Italiano di Catania. Nel 1955, in occasione della liberazione di Trieste, ho giocato lì i campionati nazionali C.S.I.: fu una settimana di spasso e un risultato molto importante per la città. Come giocatore sono stato anche un buon calciatore: ho giocato con la Libertas Catania, poi parecchi anni con il Belpasso e ho chiuso nella SCAT, che ho lasciato nel 1959, proprio quando è stata acquistata dai Massimino.»

Dopo il ritiro, divenne subito allenatore di basket? «Prima mi iscrissi al corso per arbitri. Diventai anche nazionale, con la possibilità di essere chiamato per i campionati più importanti, e arrivai in Serie B maschile. Contemporaneamente frequentai il corso per allenatori in provincia di Bergamo e diventai insegnante di educazione fisica. Lasciai l’arbitraggio solo negli anni settanta.»

Dove ha insegnato? «Inizialmente ebbi qualche problema: non avrei potuto fare il professore di educazione fisica, perché c’era un ferreo limite d’altezza per accedere all’ISEF. Successivamente lo hanno abolito e non solo sono entrato, ma sono anche diventato il titolare della cattedra di basket! Lo sport per me è una passione, per questo sono rimasto nell’ambiente anche dopo la pensione. Per il resto, per due anni sono stato alle scuole medie, poi ho insegnato al Gemmellaro, dove c’era un ambiente sereno, al Convitto Cutelli, all’Archimede e per venticinque anni all’ISEF.»

Come iniziò la sua carriera di allenatore? «Negli anni sessanta insegnavo al Gemmellaro: da lì prendevo gli elementi per le squadre. Vincemmo vari campionati studenteschi, sia maschili che femminili. Nel 1964, iscrivemmo la squadra maschile al campionato federale con lo sponsor Ultimoda, prima di avvicinarci al Cus nel 1965. Con loro, arrivammo alla Serie D. Con la femminile disputammo la Serie B. Erano tutti giocatori giovani, sia i ragazzi che le ragazze.»

Quali atleti si ricorda con più affetto? «Tra le ragazze, avevo in squadra Ernesta Maldi, che sarebbe diventata mia collega, Emilia D’Urso, che era la più piccola, la “tigre” Mariella Jacobello, la brava Silvana Squadrito. Tra i ragazzi, c’erano Papa, Floridia, Gambadoro… Ma non ricordo tutti i nomi!»

Perché si fermò l’attività al Cus? «Principalmente per questioni finanziarie. La squadra femminile invece non si riuscì più ad organizzarla per gli impegni delle singole atlete. Nel 1969 portai i ragazzi con me al Leonardo da Vinci. Con la squadra dell’istituto partimmo dalla Promozione e già alla prima stagione fummo promossi in Serie D. Disputammo poi tre stagioni con buoni risultati, sempre all’apice, prima di ritirarci e dedicarci esclusivamente all’attività giovanile, che ho curato fino al 1985. Ovviamente, la scuola preferiva portare avanti i propri studenti.»

Qual è la partita che ricorda con più piacere? «La finale provinciale del 1970 di Promozione tra Leonardo da Vinci e Giarre: i tifosi buttarono nel campo chili di praline per dolci per un’invasione di campo di rara maestria. Poi ripetemmo la partita e fummo promossi in Serie D.»

Quali sono stati i suoi modelli? «Ai tempi del Centro Sportivo, Angelo Di Mauro e i fratelli Avola erano dei punti di riferimento, ma si può dire che Gigi Mineo è stato il mio maestro. Quando è deceduto, non mi sarei mai immaginato di prendere il suo posto come presidente della FIP provinciale.»

Come fu la sua esperienza da presidente? «Nel 1983 fui incaricato di trovare un successore per Mineo, ma Di Mauro rifiutò e alla fine designarono me. Ci furono momenti positivi e negativi. Ciò che mi diede sempre fastidio erano le richieste per “tutelare” le società locali, cercando fondi e sponsor. Il mio ruolo non era quello: in realtà, dovevo far sviluppare l’attività in tutta la provincia. Le giovanili ottennero buoni risultati, ma ciò che è sempre mancato è stata l’attività di vertice. Inoltre, come organizzazione eravamo all’avanguardia con tutti gli altri comitati siciliani. Nel febbraio 2005 ho finito il mio ultimo mandato e ho perso le elezioni per appena due voti nei confronti dell’attuale presidente Michelangelo Sangiorgio, benché fossi convinto della riconferma.»

Perché mancava e manca tutt’ora un’attività di vertice? «Be’, secondo me mancano gli sponsor, ma soprattutto mancano i dirigenti che ne ricavino il meglio. Bisognerebbe sviluppare una diversa mentalità imprenditoriale. C’è anche da dire che, per esempio, nella pallavolo e nella pallanuoto i giocatori sono per la maggior parte locali e per questo si raggiungono risultati importanti; nel basket, spesso non si curano i vivai quanto si dovrebbe.»

Ma non si è mai cercato di riunire tutti in un’unica società cittadina? «Mai. Solo a livello giovanile, un anno, sono riuscito a fare una bella squadra juniores, con cui abbiamo vinto la fase regionale. Ma le singole società hanno poi negato i giocatori per le finali: ognuno ha le proprie creature ed è geloso di ciò che cresce.»

Che prospettive ha la pallacanestro femminile a Catania? «È una grossa incognita: spesso arriva al vertice, ma poi crolla. Fino a poco tempo fa, le ragazze erano influenzate dal ragazzo, dal matrimonio e dalla maternità; oggi la mentalità sta cambiando. C’è anche da dire che organizzare una squadra femminile è più facile rispetto ad una maschile; spesso gli stessi dirigenti sono parenti delle giocatrici e per questo mettono più impegno nel loro lavoro. Se rimane l’entusiasmo, la situazione attuale può migliorare. Il problema è anche che ad alto livello, un’intera stagione arriva a costare 500.000 euro: è una cifra enorme, se non sostenuta a dovere dagli sponsor.»

E quella maschile? «La vedo nera, al momento. A differenza del settore femminile, molto spesso a capo delle società vanno delle persone che si impegnano ma non hanno la stessa spinta d’entusiasmo.»

Salvatore Maugeri, Giuliana Quartarone, Roberto Quartarone

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