Il Gad dalla rinascita al baratro/2: Carlo Vaccino

È considerato tra le migliori espressioni della pallacanestro a Catania: Carlo Vaccino è stato un playmaker completo e ha giocato da protagonista per un decennio nel Gad Etna. Giovanni Leonardi dice che sia molto diplomatico ed effettivamente il suo racconto è veramente lineare e senza fronzoli: «Già a dieci anni ero in campo: mio fratello Serafino mi portò al PGS Sales, dove giocava già da un anno. Prima di allora, per me lo sport era il calcio, per la strada con i miei amici. Ritrovarmi in un campo da pallacanestro mi fece nascere una passione grandissima e io riuscii ad inserirmi bene in un ambiente completamente diverso da quello a cui ero abituato.»

Come è arrivato al Gad Etna?
«Il Sales era una sua succursale. La società finanziava il settore giovanile, finché non si ebbero alcuni problemi con l’oratorio dei salesiani e tutti i giovani passammo alloJägermeister. Avevo 16 anni e due anni dopo partecipai al ritiro con la prima squadra. Già da prima, però, mi allenavo sia con Gaetano Russo nelle giovanili che con Enzo Molino con i più grandi, con cui ho esordito a 17 anni. Tra gli altri, ricordo che in squadra c’erano mio fratello, Daniele Balbo, Rosario Carbone e Salvo Taormina

Come è stata la sua prima esperienza con i senior?
«I primi anni furono un crescendo continuo, un periodo bellissimo. Stavo bene fisicamente e ebbi anche la possibilità di partecipare alla rappresentativa giovanile siciliana. Poi mi sono infortunato e sono rimasto fermo diversi mesi. Sono stato operato al ginocchio ed è stato molto pesante riprendere.»

È il periodo delle retrocessioni in Serie C2 e in Serie D.
«Il Gad era in fase calante: una discesa in picchiata nelle categorie inferiori. L’ultima in Serie C1 era però una bella squadra. Avevamo anche Borzì e Cosentino, ma quest’ultimo mollò quasi subito: aveva tentato di rimettersi in marcia dopo qualche anno di inattività, ma non era riuscito a trovare il ritmo. È stato un anno sfortunato, con tanti infortuni, pochi fondi e ci mancò l’entusiasmo dopo le prime sconfitte.»

Poi la squadra si è ripresa.
«Sì, pian pianino l’abbiamo riportata fino alla Serie C. Poi mi sono infortunato di nuovo e sono rimasto fermo quasi un anno, allenandomi da solo per diversi mesi. Riccardo Cantone, però, ha creduto in me e mi ha portato a Comiso insieme all’altro play Giovanni La Commare, ex Trapani. Quella stagione, in Serie B2, è il mio ricordo migliore del basket. Ero partito come secondo playmaker, ma alla fine sono riuscito a giocare con continuità e ad essere protagonista ad alto livello.»

Com’è tornato a Catania?
«Avevo sposato il progetto del Gad: c’era una nuova cordata di imprenditori, volevano riportare la pallacanestro ad alti livelli. Volevano partire dalla Serie D per portare la squadra in B in due anni. Il primo anno andò tutto bene e fummo promossi, ma in seguito la dirigenza cominciò a sfaldarsi e a perdere credibilità. C’erano due ragazzi di Reggio Calabria, Taormina, Leonardi, Pisani, Carbone e altri della vecchia guardia. Poi anche la squadra si sfaldò…»

Quando ha chiuso la sua esperienza sul campo?
«Nel 1993 ho smesso per motivi di lavoro perché gli orari non mi permettevano di seguire gli allenamenti e le partite e tutt’ora quasi mai vado al palazzetto. In seguito, comunque, mi sono anche allenato in Scozia, con la squadra di Edimburgo che prendeva parte alla massima serie locale. Non ho potuto però giocare in campionato perché ho dovuto lasciare il paese per andare a cercare mio padre, che era camionista e si trovava in Bielorussia… Ho avuto alcune esperienze veramente avventurose!»

Quali erano i suoi punti di forza e deboli?
«La tecnica era il mio punto forte: ci perdevo tanto tempo perché mi piaceva giocare a basket. Anche se non mi allenavo con la squadra, mi allenavo all’oratorio. Alla fine tutto il lavoro pagava. La testa era il mio punto debole: non riuscivo a giocare con continuità.»

Chi è il miglior giocatore catanese?
«Angelo De Stasio: ho giocato con lui a Comiso e mi ricordo che era senza gambe e si reggeva a stento in piedi, ma, al contrario di me, giocava solo con la testa, mettendoci tantissimo impegno.»

E il miglior allenatore che ha avuto?
«Mi trovavo bene con tutti, mi piaceva sudare e agli allenatori piace la gente così. Mi divertivo parecchio con Riccardo Cantone, che riusciva a tirare fuori da ogni atleta tutto ciò che aveva a disposizione.»

Quali sono i problemi del basket catanese attuale?
«Manca la squadra di punta. C’è tanta carne al fuoco, ma ci vuole un campionato importante. Vendere il titolo di Serie B2 è stato un peccato, c’era il materiale umano per fare quel campionato senza andare a cercare chissà chi. Era stato fatto un bel lavoro: un gruppo di giovani di Catania, con Consoli e gli altri ragazzi che sono tutti molto validi. Da loro, e quindi dal gruppo della Grifone, deve ripartire la nostra pallacanestro. È un peccato vedere giocarli in Serie C2: stanno perdendo tempo per puntare in alto.»

Qual è la differenza rispetto ai suoi tempi?
«Anni fa c’erano meno squadre rispetto ad oggi, ma c’era quella trainante. Anche allora c’erano problemi di soldi, ma avevamo tanta passione. Oggi ci vorrebbe gente che alla passione affianchi i soldi da investire. E, soprattutto, che ci sia qualcuno preparato per affrontare la pallacanestro a certi livelli, dove c’è bisogno di programmazione e organizzazione

Roberto Quartarone

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