Peppe Marchesano: una vita con lo zio Tano!

Per chi segue il basket locale, l’attuale vice allenatore della Pallacanestro Catania è una figura conosciutissima. Sin dalla fine degli anni ottanta, Peppe Marchesano ha legato il suo nome alle principali società catanesi: al Gad Etna prima, al Cus poi, al Gravina per concludere la sua carriera sul campo. E da tecnico ancora al Cus e soprattutto alla Virauto. “Ho sempre giocato qui, all’inizio per scelta, poi perché ho studiato all’ISEF. In più, quasi tutta la mia carriera l’ho passata con Gaetano Russo. Dico sempre che la mia è stata Una vita con lo zio Tano!

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VICE ALLENATORE. Giuseppe Marchesano, 35 anni, braccio destro di Pippo Borz e preparatore atletico della Virauto Ford Catania [Basket Catanese].

Sin dall’inizio?
“Sì, è stato il mio primo allenatore. Ho cominciato a 15 anni, perché prima praticavo altre discipline, tra cui nuoto e baseball. Sia il fratello di Angirello, che giocava con me, che il prof. Galatà, che era mio insegnante alle superiori, mi fecero conoscere il basket e così sono andato al primo allenamento con il Gad Etna. Entrai subito a far parte del gruppo del ‘73 con Esposito, Alberti e altri. La passione era tanta; d’estate rimanevo alla cittadella nei playground dalla mattina alla sera e così ho cominciato ad ingranare. A 18 anni sono andato ad Acireale al seguito del mio allenatore. Era l’anno di Corallo, Motta e altri. Per due anni è stata un’esperienza fantastica, abbiamo giocato in Serie D e in C2. Poi sono passato di nuovo al Gad in C1 come riserva. Ho fatto tre stagioni, con Tano Russo e con Laneri. Ero secondo di Carlo Vaccino, a cui ho rubato quel poco che sapevo fare, mi piaceva come giocava, era il mio punto di riferimento.”

E dopo il fallimento del Gad?
“Sono passato al Cus. Ero titolare di quella squadra che era partita qualche anno prima dalla Promozione. Abbiamo fatto vari campionati di C1, finché Capizzi non è entrato nella dirigenza. Con lo sponsor INA Assitalia, però, quell’anno non siamo riusciti a fare il salto in B2 e io sono andato al Gravina. Sono rimasto altri anni con Gaetano, mentre l’anno in cui allenava Peppe Foti sono andato in B2 al Cus. Già ero in polizia e lavoravo da un anno a Palermo, quindi viaggiavo per allenarmi e giocare, anche grazie al permesso per la paternità. Il tecnico era Riccardo Cantone e io ero il cambio del playmaker. All’inizio mi allenavo bene, poi mi venne pesante e considerando che giocavo poco tornai al Gravina in C1, dove siamo retrocessi.”

Quando ha smesso di giocare?
“Nel 2005. Tutta la parte finale della carriera l’ho passata al Gravina. Sono stato benissimo con Natale De Fino, con i dirigenti e i compagni. Ho dovuto smettere perché a 19 anni sono stato operato al menisco e in seguito ho avuto altri fastidi che mi hanno costretto ad altri due interventi. Alla fine, l’ortopedico mi ha detto di fermarmi.”

Senza quell’infortunio sarebbe arrivato più in alto?
“Non credo. È dipeso da un po’ di scelte. Intanto, ho cominciato tardi. Poi, la mia scelta era di lavorare: vengo da una famiglia di operai, quindi l’obiettivo principale è il lavoro. Studiavo perché mio padre faceva lo sforzo di pagarmi gli studi e subito dopo il diploma mi misi a lavorare per mantenermi all’ISEF. A questo punto andare fuori era impensabile, ma sarebbe stata una scelta necessaria per crescere di livello. Se ci fosse stata una società ambiziosa come la Pallacanestro Catania, sarei potuto andare avanti. Per questo loro stanno offrendo una grandissima possibilità ai nostri ragazzi.”

In che senso? Ci sono premesse migliori rispetto a venti anni fa?
“Sì, sicuramente. Venti anni fa c’era il Gad Etna e non si è riusciti a continuare perché non si è progettato passo passo. L’idea giusta è quella di costruire poco a poco. Siamo in Serie B, abbiamo fatto avvicinare la gente. Se si riesce a vincere il titolo sul campo si raddoppia il pubblico. Si cresce con il settore giovanile, ci si allarga alle scuole e alla provincia. Si lavora anche con strutture migliori. Dev’essere un cammino e, siccome tutti noi abbiamo passione, le basi ci sono. La strada ci darà ragione, negli anni arriveranno i risultati. Dipenderà dalla forza del nostro progetto al di là del risultato, perché è facile programmare quando si vince, mentre quando si prende la strada sbagliata bisogna saperla correggere. La passione deve andare oltre la pallacanestro, deve creare qualcosa che resti negli anni. È un’idea ambiziosa che dev’essere condivisa da tutti, non solo dalla società.”

Quando ha iniziato ad allenare?
“Alleno da una decina d’anni. Ho sempre studiato per questo ruolo e, avendo passati sportivi multilaterali, mi sono interessato alla preparazione fisica. Dopo l’ISEF ho fatto il corso di allenatore di base, e intanto curavo il settore giovanile del Cus insieme a Russo, all’inizio eravamo noi due, non c’erano altri tecnici. Ho fatto il corso da allenatore nazionale con il mio mentore Andrea Capobianco, che basa il suo metodo sull’idea di pallacanestro integrata, cioè che curi gli aspetti fisico, tecnico e psicologico. Soprattutto quest’ultimo è particolarmente importante. Ho deciso di fare anche il corso di preparatore fisico con Roberto Colli e sono arrivato secondo in Italia. Poi sono diventato responsabile tecnico del Cus, gestisco gli allenatori, la loro formazione e il settore basket. Il progetto è iniziato da due anni e intanto lo staff si è allargato con Guadalupi, Vergani, Puglisi, Lo Faro, Malagò e Sfragaro. Così è cresciuto in modo notevole. Inoltre sono stato capo allenatore della squadra in Serie D, con Arena, Basile e gli altri.”

Com’è iniziato il suo lavoro con la dirigenza della Pallacanestro Catania?
“L’anno dopo Costantino Condorelli e Marco Distefano mi hanno chiesto se volevo baciare un progetto che voleva riportare la pallacanestro a Catania a livelli decenti. È stata una scelta complicata. Voleva dire differenziare quello che ho fatto fin’ora, dovevo conciliare tutto con il lavoro e la famiglia. Ma mi è piaciuto dall’inizio, ho creduto a questa possibilità e ho accettato. Siamo partiti dalla C2 con il Gad Etna. Ho fatto l’aiuto allenatore e il preparatore fisico. Il capo allenatore ovviamente è Pippo Borzì, che è una grande persona e che stimo tanto; ha la mia stessa visione, quand’era a Ragusa ha avuto una formazione di pallacanestro integrata, e quindi ho avuto carta bianca per lavorare come dico io.”

Come curate la parte psicologica?
“Ci arrangiamo, all’interno bisogna avere delle persone che abbiano una capacità di capire gli altri e Pippo è notevole da questo punto di vista. Non abbiamo uno psicologo, ma io e lui siamo come papà e mamma, dosiamo bastone e carota e abbiamo trovato il feeling con il gruppo. Quest’anno la squadra è stata costruita bene da Marco, ci siamo ritrovati chi volevamo. Un gruppo di lavoratori, brave persone che si allenano insieme. Non ci sono state sorprese da questo punto di vista.”

E una sorpresa in positivo?
“Pensavamo di avere una squadra fatta con cura ma non sapevamo dove potesse arrivare. Ora sono convinto che possa arrivare dove vuole. Le partite che abbiamo vinto il trasferta nascono dal gruppo, dallo stare bene insieme con tanta serenità, a volta anche troppa. Però per ora va bene. Abbiamo la capacità di modificare il nostro atteggiamento strada facendo, anche perché abbiamo avuto tante difficoltà quest’anno. Avevamo un play che si è rotto il crociato e ci siamo inventati Degregori.”

Rimarrai anche il prossimo anno?
“Abbiamo fatto un accordo biennale, ma spero di restare con loro. Sto bene con queste persone. Certo, ho vari impegni pesanti ma che danno soddisfazione. Insegno pallacanestro a scienze motorie e faccio anche la specialistica, perché per migliorare bisogna curarsi, studiando e mettendo in pratica. Non mi manca la pratica, mentre da un punto di vista culturale l’università stimola. Studio la notte, però! Riesco a conciliare tutto… e la famiglia mi dà una mano.”

Quali sono stati i ragazzi più promettenti che ha allenato?
“Quelli che sono andati a giocare fuori città: Francesco Mauceri e Fulvio Gambino, che è andato a Trapani. Comunque, il progetto è iniziato da tre anni e solo fra tre o quattro anni avremo i risultati. È un percorso lungo che deve portare alla formazione di giocatori che siano delle persone e che non si illudano. Voglio dire che diventa difficile fare sport e non sperare di fare solo questo nella vita. Vogliamo che i nostri ragazzi possano fare un cammino parallelo, che crescano anche da buoni studenti e poi lavoratori. Sul settore giovanile influirà tanto la Pallacanestro Catania: allargando il nostro bacino alle scuole, alle società che decideranno di collaborare, già dall’anno prossimo speriamo di fare un lavoro più ampio, e poi magari di fare un reclutamento appoggiandoci ad una foresteria. Potremo così avere ragazzi talentuosi da educare allo studio e al lavoro, trattandoli allo stesso modo dei nostri. È impegnativo, ma proviamo a farlo a piccoli passi. Siamo partiti dallo staff (migliore è la sua qualità, migliori saranno gli atleti che faremo crescere), in cui tutti cerchiamo i migliorarci, e dall’aiuto economico e di supporto che ci può dare la società. In più, il settore giovanile fa tantissimi tornei in giro per l’Italia: siamo stati a Teramo, grazie a Capobianco che viene ogni anno a fare clinic, a Pesaro, a Cesena, a Vienna… L’apertura è massima.”

Secondo te c’è un miglioramento del livello dei tecnici?
“Siamo ancora lontani da avere dei tecnici veramente validi. Noi come CUS Catania ci stiamo mettendo tutti i mezzi, abbiamo al momento il meglio che può offrire la piazza. Stiamo facendo degli investimenti. Bisogna avere una formazione multilaterale: Rubens Malagò e Marco Lo Faro non sono laureati, ma vogliono fare i tecnici per scelta di vita. Per troppi anni ci sono stati tecnici capaci ma senza le basi culturali per farlo. Bisogna fare un percorso formativo per allenare. E poi, se non ci sono le capacità, si può tentare di fare il dirigente o il preparatore. Marco Lo Faro, ad esempio, fa scienze motorie; lui sa che farà un cammino, da allenatore di base in poi. Ha iniziato un percorso che gli darà la possibilità di scegliere il suo ruolo migliore. In passato, il livello è stato molto basso, a parte chi ha fatto questo lavoro per professione, vedi Riccardo Cantone, che è stato sfortunato quest’anno (infatti la situazione a Massafra non è cambiata dopo la sua partenza), o Pippo Borzì. Chi vuole fare il tecnico deve sentirlo ed avere l’attitudine.”

Qual è stato il miglior giocatore catanese?
“Carlo Vaccino, che per me è stato un punto di riferimento e per quello che mi ha dato. Poi, ovviamente, c’è stato Destasio.”

 

Roberto Quartarone

3 Commenti

  1. Lo zio tano spera che un giorno ,non troppo lontano,possiamo ritrovarci tutti con una squadra catanese in serie “A” e un gran settore giovanile.

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  1. CORRIDOIO, porte d'interferenza » La determinazione di Fulvio Gambino

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