Un ricordo (affettuoso) di Alfio Gullo

Il basket catanese lo aveva adottato. Si era fatto affascinare, più di ogni altra cosa, dalla sua carica di simpatia, sottile e penetrante. Da semplice spettatore disinteressato, lo aveva promosso tifoso, poi dirigente-accompagnatore; soprattutto, gli era stato riconosciuto un titolo di grande valore morale: “amico di tutti”!

Alfio Gullo ci ha lasciato così: col ricordo di un amico che non c’è più, col rimpianto di non poter più incrociare il suo sorriso. Se ne è andato il 7 marzo scorso, a soli 60 anni, dopo avere consumato un amaro tributo al male che si era impossessato del suo fisico. Purtroppo, era la classica notizia attesa ma che non aspetti, quella che vorresti non arrivasse mai.

Lo sport era il suo mondo, il rugby la sua legittima famiglia di appartenenza. Nelle file dell’Amatori Catania aveva trovato spazio e gloria, vivendo per un po’, negli anni ’70, il periodo d’oro della serie A. Due spalle larghe, squadrate al punto da sembrare più un giocatore di football americano con tanto di imbottiture sui deltoidi; alto quanto basta per farsi notare tra gli uomini di mischia, nel ruolo di terza linea. In campo sapeva come farsi rispettare: se non era proprio la tecnica a sorreggerlo, si affidava alla grinta e al quel pizzico di cattiveria agonistica che il caso richiedeva.

Lo chiamavano “faccia di prastica” (con la r), per via di quei butteri che – in fondo – rendevano il suo faccione più simpatico che altro. Nel “clan Amatori”, quello dei soprannomi era un culto al quale difficilmente ci si poteva sottrarre: per lui non ci fu proprio scampo! Del resto, faceva parte del gioco; e Alfio, al gioco, ci sapeva stare benissimo. Tant’è che qualche anno più tardi fu proprio lui a inventare uno dei soprannomi più famosi e più divertenti nella storia dell’Amatori, trasformando in “Mario Branciforti” il nome del fuoriclasse neozelandese Murray Blandford.

Al basket si avvicinò quando aveva già abbandonato la carriera rugbistica. Si era ritrovato all’ISEF di Palermo in un allegra banda di catanesi, nella quale oltre a compagni di squadra (Mariano Falsaperla, Totò Trovato) c’erano anche dei cestisti: Valerio Cavaletti era suo collega di corso, Pippo Famoso e Giacomo Vitale arrivarono poco dopo. Quando tornò a Catania, e iniziò la professione di insegnante di Educazione Fisica, Alfio trovò nel Palazzetto di Piazza Spedini un piacevole ambiente dove trascorrere qualche momento di svago.

L’aria disincantata, il passo lento, dietro quella faccia apparentemente rude si nascondeva – in realtà – una persona discreta e affabile, che lasciava trasparire un animo buono e che sapeva, nello stesso tempo, metterti allegria. Aveva la battuta sempre pronta, e spesso la pronunciava così, senza scomporsi, con la sua particolare voce biascicata. Toccava magari agli altri ripetere e amplificare: e lì giù risate!

Divenne presto uno di casa, soprattutto nell’entourage dello Sport Club, mentre i suoi aneddoti entrarono di diritto nella antologia comica dei salotti cestistitici. Il suo ingresso al Palazzetto o il suo arrivo in Piazza Santa Maria di Gesù (agorà del basket catanese) venivano sempre salutati da grida di approvazione, se non dal verso che cercava di imitare le sue espressioni più tipiche. Lui non faceva una piega. Avanzava “matelico”, mani in tasca, con la sua immancabile sigaretta accesa in bocca, che poi, pur parlando, riusciva a gestire solo con un fine movimento di labbra, sfidando (lui solo sapeva come) la legge della forza di gravità.

Quando divenne dirigente dello Sport Club, al fianco di Elio Alberti, si scoprirono altri suoi pregi: serietà, impegno, capacità di gestire certe situazioni con il tatto giusto. A quel punto il basket, sua famiglia adottiva, lo integrò pienamente, e chi ebbe la fortuna di vivere più a contatto con lui, di conoscerlo più nell’intimo, poté godere della sua vera, profonda amicizia.

Una vita intensa la sua, tra l’insegnamento a scuola, la gestione assieme alla sorella di uno stabilimento balneare alla Playa di Catania e, ovviamente, le sue due famiglie sportive, alle quali si sentiva legatissimo. Ogni tanto, il desiderio di evadere lo portava lontano, fuori dall’Italia: dai paesi dell’Est europeo, meta privilegiata dei primi tempi, aveva poi spostato i suoi interessi verso il Brasile e, negli ultimi tempi, sull’isola di Cuba. Erano in tanti, ogni volta, ad attendere con trepidazione il suo ritorno: il racconto delle esperienze vissute poteva essere, infatti, un’occasione unica di divertimento.

Ecco come vogliamo ricordarlo: sorridendo! Perchè mai dovremmo fare diversamente. Se ripensiamo al suo faccione, alla sua camminata, a quella sigaretta accesa che non si stacca mai dalle labbra mentre te ne racconta una delle sue, non si può fare a meno di sorridere; con gli occhi lucidi, ma sorridere. A lui, ne siamo convinti, piacerebbe così!

Nunzio Spina

4 Commenti

  1. ancora una volta, nunzio, sei riuscito a descrivere persone e fatti dell’ambiente cestistico catanese ( anche se questa volta scrive di una persona che non + con noi ) con particolare trasporto e coinvolgimento
    da farmi rivivere tanti bei momenti trascorsi in ” questo mondo a spicchi ” e in particolare con l’amico Alfio.
    Spero di poter ancora leggere tanti tuoi racconti nelle pagine di questo magnifico sito a me gi caro.

  2. Eravamo al mare al Selene, sara’ stato il 1980. Un gruppetto fra giocatori di basket e studenti ISEF. Verso le due arrivo’ Alfio, in speedo, pescura, lacoste rossa, rayban e sigaretta appesa all’angolo della bocca. Saluto’ appena, come faceva lui, Apri’ l’asciugamano sugli scogli, si tolse occhiali e maglietta, sfilo’ gli zoccoli e si tuffo’ – faceva caldone, era agosto. Dopo poco riemerse come il coccodrillo, la testa a filo d’acqua, e risali’ sugli scogli ad asciugarsi. Solo allora ci accorgemmo che la sigaretta, inzuppata, era sempre li’ appesa all’angolo della bocca.
    Non parlava molto, ma era spacchiosissimo.

  3. Alfio era proprio fatto cos. Discreto, di poche parole; e non amava i convenevoli. Ci fu un periodo in cui frequentava, serenamente, una ragazza conosciuta nellambiente del basket. Un giorno and a prenderla in macchina a casa; suon al citofono e gli rispose la mamma: Signora, per favore, pu fare scendere. Ah, lei e il signor Gullo; ma perch non viene su un attimo fu linvito della madre cos possiamo fare conoscenza?. Risposta pronta, e piccata, di Alfio: Signora arrivedecci, na facissi scinniri cchi!.

1 Trackback / Pingback

  1. CORRIDOIO, porte d'interferenza » In ricordo di Alfio Gullo

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*