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Un grande nome per una piccola squadra

La Schweitzer, società fondata dai fratelli Pascucci ~ Schweitzer, un grande uomo ~ Un dubbio: dove mettere la “h”? ~ Gangemi e il muro di Cantù ~ L’Albert Schweitzer turnier.

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NOBEL. Il medico-missionario Albert Schweitzer (1875-1965) con un bambino africano [Rosenblumtv].

La chiameremo Schweitzer!. Quando si trattò di dare un nome a quella squadretta di basket nata per pura passione, e concepita con uno scopo essenzialmente educativo, i fratelli Pascucci vollero in qualche modo infrangere certe consuetudini del tempo. Catania, metà anni ’60. Nella fioritura di nuove società di pallacanestro, gli appellativi più usuali erano suggeriti dall’appartenenza al territorio o dalla vicinanza (più o meno manifesta) a entità politiche e istituzionali: Gad Etna, Mongibello, Libertas, Sport Club, CUS e via di queste etichette. Ci voleva qualcosa di originale, ed ecco l’ispirazione giusta venire da Albert Schweitzer, il medico-missionario tedesco che nel 1965 (all’età di novantanni) aveva salutato questo mondo dopo averlo stupito con la sua straordinaria opera di bene e di umanità.

Non era un fenomeno mediatico, a quell’epoca non poteva esserlo. Schweitzer era un personaggio vero, un uomo che aveva messo tutte le sue capacità a servizio del prossimo, di quello più bisognoso. Medico sì, ma anche teologo, filosofo, musicista. Avrebbe potuto sfruttare a suo profitto e piacimento queste sue risorse, e invece un bel giorno – aveva ancora trentanni – decise di abbandonare la natia Alsazia (e con essa le prospettive di carriera, la vita agiata e il progresso) per trasferirsi nella giungla del Gabon, paese dellAfrica centro-occidentale attraversato dall’Equatore, dove si dedicò interamente alla cura dei popoli indigeni, particolarmente colpiti dalle epidemie di lebbra, di malaria e di malattia del sonno. Nel villaggio di Lambarènè costruì dapprima un ospedale di capanne e baracche, poi sostituito da una struttura sempre più moderna e funzionale, che lui stesso sovvenzionava con il ricavato dei suoi concerti al pianoforte e delle sue lezioni di filosofia, tenuti di tanto in tanto in Europa a scopo di beneficenza. Fu così consistente e così genuino il suo altruismo, che nel 1952 ricevette addirittura il premio Nobel per la pace. Quando morì, tutto il mondo (non solo quello spicchio d’Africa) si sentì gratificato dalla sua enorme eredità materiale e spirituale.

CARTOLINA. Lospedale di Lambarn in una cartolina depoca [Artcurel].

La scelta di intitolargli una squadra era in fondo la scelta di un messaggio, più che di un simbolo. «Noi siamo la Schweitzer. Onoriamo la memoria di un grande uomo. Non abbiamo un colore politico e non rappresentiamo nessuno. Ci sorregge soltanto la nostra voglia di sport e di vita». Eugenio e Michele Pascucci erano arbitri di pallacanestro a livello nazionale, conoscevano bene l’ambiente; il loro spirito goliardico universitario e la loro formazione intellettuale fecero il resto. Si tuffarono in questa avventura con l’entusiasmo di chi non vede altre finalità al di là del sano divertimento e del piacere di far crescere i ragazzi all’insegna di valori positivi. Quel nome rivoluzionario, se vogliamo racchiudeva un suo significato e creava una certa suggestione.

Erano tempi in cui ci si poteva anche permettere di allestire una società in quattro e quattrotto: i buoni propositi (e di questi bisogna averne tanti) e la giusta dose di coraggio spesso pesavano più dei soldi, in una strategia operativa. La concorrenza era scarsa, per cui se raccoglievi in strada (o nelle scuole) dieci ragazzi della stessa età e mettevi loro un pallone nelle mani, era facile che dopo pochi mesi potessi presentarti a un campionato. La Schweitzer cominciò pressappoco così. In un primo gruppo, che partecipò a un campionato di Prima Divisione, si ritrovarono Gino Vitale, Pino Campanelli, Emanuele Genovese, Vincenzo Bellini, Santo Maugeri, Enzo Costa (molti di loro avevano già fatto parte dello Sport club o vi approdarono subito dopo). Poi nel 1967 ci fu un vero e proprio reclutamento (per i nati del 54) e da lì venne fuori la squadra che, per qualche anno, si ritagliò un suo spazio nel settore giovanile del basket catanese.

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ALLENATORI. Andrea Gangemi e Carmelo Carbone, responsabili della Schweitzer, in due immagini recenti [Basket Catanese].

La guida tecnica venne allora affidata a Carmelo Carbone, che poi si avvalse della collaborazione di Andrea Gangemi: militavano entrambi, da giocatori, nelle file del Gad Etna in Serie C (coppia praticamente inseparabile fin da quando avevano mosso i primi passi nella Grifone di Amerigo Penzo). Il Palazzetto dello Sport di Piazza Spedini era stato appena inaugurato, e c’era spazio un po’ per tutti: la Schweitzer si dovette accontentare del turno post-prandiale delle 14,30 (due volte la settimana), ma era già un lusso. Presi qua e là, si ritrovarono insieme ragazzi di varia estrazione rionale e scolastica, che fin dal primo allenamento avevano ben chiaro in testa l’obiettivo da raggiungere: formare al più presto una squadra e scendere in campo per sfidare chiunque. Elenchiamo i nomi che sono tornati alla memoria: Giacomo Vitale (fratello d’arte), Mario Milazzo, Franco Campanella, Mimmo e Ciccio Sciotto, Tommy Palermo, Mario Russo, Gabriele Di Salvo, Maurizio Maugeri (detto touche, per precedenti rugbistici).

«Ricordo la prima partita giocata – si inorgoglisce Giacomo Vitale – quando arrivò subito la vittoria, contro il Gad Etna B. Era il campionato allievi, per noi fu già una grande soddisfazione perchè il Gad era allora la societè numero uno a Catania, anche se naturalmente la formazione che avevamo incontrato non era quella più forte». Fu il felice esordio di una militanza dignitosa: quel gruppo andò avanti per tre stagioni, e di soddisfazioni riuscì a prendersene qualcun’altra, nonostante non fosse mai arrivata a conquistare un titolo. «Il secondo anno riuscimmo nell’impresa di battere la formazione titolare del Gad Etna – stavolta Carbone a rivivere un momento felice – e fu quella praticamente la partita che decise il campionato a favore dell’altra grande avversaria, lo Sport Club: il prof. Santi Puglisi, che nel frattempo era diventato il mio allenatore, mi ringraziò per il favore che involontariamente gli avevo fatto

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GIOCATORE. Giacomo Vitale nei panni di allenatore dello Sport Club; fu uno dei giocatori della Schweitzer [Basket Sud].

Andrea Gangemi, che aveva il compito di occuparsi della difesa, ci tiene a sottolineare un particolare tecnico. In quel periodo era molto in voga la difesa a zona 1-3-1 della Oransoda Cantù (il cosiddetto muro di Cantù, che portò Recalcati e compagni a vincere il primo scudetto della loro storia). Noi cercavamo di imitare quello schema, che faceva adottare l’allenatore jugoslavo Bora Stanković, e devo dire che funzionava abbastanza: quasi ci piaceva immaginare che, nel nostro piccolo, potessimo un giorno far diventare famoso anche il muro della Schweitzer.

Per un verso o per l’altro, insomma, la Schweitzer fece parlare di sè nell’ambiente cestistico catanese. E a furia di parlarne, era inevitabile che quello strano nome subisse le storpiature più varie. Vi lasciamo immaginare! Scriverlo correttamente, poi, non era impresa da poco, con quell’ammasso di consonanti che, tra gli altri, poneva un interrogativo inquietante: ma l’acca unni ssa mettiri?.

Di questa simpatica squadretta si ricorda l’inconfondibile maglietta verde (anch’essa un’idea originale nella moda dell’epoca) e un particolare animo combattivo in campo, a prescindere dall’avversario e dall’andamento della partita. C’era un po’ l’impronta data dai fratelli promotori, con il loro spirito e la loro intraprendenza, e se vogliamo anche la fierezza di identificarsi in una figura storica così importante.

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LOGO. Il logo dell’Albert Schweitzer turnier a Mannheim [Ast-Basketball].

L’abbinamento tra Schweitzer e il basket, in realtà, non è stata solo una follia catanese. Nel 1958 un gruppo di appassionati di Mannheim, città di una regione occidentale della Germania, aveva deciso di organizzare un torneo riservato a squadre juniores e di intitolarlo proprio al loro celebre connazionale. Volevano che quell’evento sportivo si basasse sull’integrità morale, sul rispetto del prossimo, sui principi che il premio Nobel aveva sempre esaltato con le sue parole e le sue azioni. Fu lo stesso dottor Schweitzer, allora ottantatreenne, ad acconsentire all’utilizzo del suo nome per l’intestazione.

Da allora, l’Albert Schweitzer turnier è cresciuto sempre di importanza, divenendo una manifestazione di livello internazionale che raduna le migliori formazioni under 18 di tutto il mondo. Con una cadenza biennale, più o meno regolare, si è giunti alla ventiquattresima edizione, disputata nel 2008, che ha visto la partecipazione di ben 16 rappresentative, 10 europee (tra cui l’Italia) più Australia, USA, Canada, Argentina, Nuova Zelanda e Israele. La Grecia è stata la squadra vincitrice; l’Italia appena dodicesima, ma in passato si era aggiudicata le edizioni del ’65, del ’69 e dell’83.

Se in Germania il binomio basket-Schweitzer era destinato a durare così a lungo, a Catania ebbe invece vita breve. Dopo qualche anno di attività nei campionati giovanili, la società praticamente scomparve, lasciando solo un bel ricordo di sè. «Fu comunque una bella esperienza, sportiva e umana»  sostiene Carmelo Carbone . «Con il boom della pallavolo non ci fu più spazio per noi al Palazzetto, e a quel punto i fratelli Pascucci, che già si erano sacrificati abbastanza, decisero di mollare. Peccato. Come dirigenti erano persone eccezionali, modello di lealtà e di correttezza; al basket catanese avrebbero ancora potuto dare tanto!».

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GIOVANILE. Un’immagine di una partita nell’edizione 2008 dell’Albert Schweitzer turnier [Ast-Basketball].

Piccole storie di piccole società. Quella della Schweitzer, in qualche modo, può rappresentare quella di tante società cosiddette minori che oggi come ieri operano e si dibattono nel panorama del basket provinciale catanese. Sognano, soffrono, inseguono i loro ideali e si accontentano di poco. Vivono un po’ dietro le quinte, se non nel silenzio, eppure del loro contributo non si può fare a meno. Questo articolo è dedicato a loro.

Nunzio Spina


Titoli di coda

Carmelo Carbone e Andrea Gangemi fanno ancora parte attiva del basket catanese. A braccetto, si può dire, hanno percorso un lungo itinerario che (con qualche breve pausa) li ha visti sempre in prima linea: da giocatori, da allenatori e infine da dirigenti. Si stanno avvicinando al cinquantesimo anniversario della loro militanza. Complimenti e auguri!

Giacomo Vitale li segue quasi a ruota. Dopo le sue sgroppate con la canotta verde della Schweitzer (Gangemi lo ricorda come un cavallo pazzo) passò nelle file dello Sport Club del prof. Puglisi, prendendo parte peraltro alla storica partita contro l’Ignis Varese. Smessi i panni del giocatore (ma solo perchè, a quanto pare, cominciarono presto a stargli stretti), si è dedicato alla carriera di allenatore, spaziando per diversi anni tra il settore maschile e quello femminile. Adesso cura assieme ad Angelo Cassisi (altro fratello d’arte e altra lunga storia) il centro addestramento del Leonardo da Vinci.

Gli altri protagonisti di allora hanno, prima o poi, lasciato l’ambiente e, secondo le testimonianze raccolte, hanno tutti avuto una felice affermazione in vari campi professionali.

L’opera e il mito del dottor Albert Schweitzer sopravvivono più che mai. A parte le innumerevoli istituzioni a lui intitolate in tutto il mondo (associazioni, scuole, centri culturali, siti web), risplende ancora la luce da lui accesa a Lambarènè: l’Albert Schweitzer Hospital è oggi una grande struttura sanitaria di ricovero e di ricerca, meta continua di medici che vogliono dedicarsi alla cura di certe malattie epidemiche (la malaria soprattutto) e che intendono seguire, nel lavoro e nella vita, l’esempio del suo grande fondatore.

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