Il romanzo del prof. Paratore / 2

Seconda puntata della lunga storia del prof. Carmine Paratore, profeta del basket italiano venuto dall’Egitto...

2010-030

…continua dalla prima puntata

Foto 1

AFFERMATO. A 42 anni, Carmine Paratore è già un allenatore affermato. Siamo nel 1954 [Conoscere il basket].

Quarantadue anni e già una carriera di successi alle spalle come allenatore di basket. Eppure, il prof. Carmine Paratore detto «Nello», nato e cresciuto in Egitto da famiglia di origine catanese, dovette praticamente ripartire da zero quando decise di stabilirsi in Italia. Era il 1° settembre del 1954. Di fronte a lui una nuova avventura da affrontare, l’ennesima scommessa da vincere. A chiamarlo nello staff tecnico della FIP era stato Decio Scuri, da poco in carica come presidente, un napoletano dal fiuto giusto. Affidò a Paratore il settore giovanile azzurro e la Nazionale femminile, ma forse aveva già tracciato, per lui, la strada per farlo arrivare in alto.

Il basket italiano stava ancora tentando di uscire dall’anonimato dei tempi pionieristici: la Nazionale maschile aveva cambiato ben sette allenatori in soli 6 anni, quasi alla ricerca disperata di qualcuno che potesse tenerne le redini in maniera salda. Nell’elenco degli incaricati c’erano stati anche Amerigo Penzo (prima della sua missione a Catania con la Grifone) e Vittorio Tracuzzi (siciliano di San Filippo del Mela, ex giocatore di Varese, Bologna e della stessa Nazionale). In quel periodo il capo allenatore era lo statunitense Jim Mc Gregor, soprannominato il «gitano rosso» per il suo lungo girovagare (e per l’inconfondibile colore del suo pelo): tante novità tecniche, ma pochi risultati concreti; non si partecipò neanche alle Olimpiadi di Melbourne del ’56. Il prof. Paratore, pronto sulla rampa di lancio, lo sostituì a partire dal 1° settembre del 1957.

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PREMIO. Paratore premiato dal presidente della FIP Scuri (che lo aveva voluto in Italia) nel 1959.

Gli era stato affidato un compito ben preciso, tre anni di tempo a disposizione: doveva allestire la squadra per il grande evento delle Olimpiadi del ’60 a Roma. Rinnovare, selezionare, organizzare raduni: tutto pur di evitare figuracce! Si diede subito da fare. Cominciò a girare la Penisola in lungo e in largo, alla ricerca di giovani interessanti, e già nel ”57 riunì a Fermo, nelle Marche, ben 70 giocatori per un corso di addestramento e una prima scrematura. Un intero mese di vita collegiale, dal 1° al 31 agosto, chi aveva voglia di vacanze e di mare restasse pure a casa…

Il lavoro in palestra: questo era il suo metodo, non ne conosceva altri. Preparazione atletica e fondamentali individuali; e poi «giochi a due» e «giochi a tre», il «dai e vai» e il «dai e cambia», soluzioni di gioco che avrebbero trovato larghissima diffusione, meglio conosciuti poi nella versione anglofona «passing game». A proposito: lui non prendeva le distanze dal basket americano, anzi riuscì a convincere la Federazione a pagargli un viaggio negli Stati Uniti per perfezionare le sue conoscenze; solo che non sopportava gli «americanismi». «È la scuola dalla quale bisogna apprendere – predicava – ma non dobbiamo scopiazzare, perché i loro giocatori sono diversi, e noi dobbiamo sforzarci di tirare il meglio dai nostri».

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OLIMPIADI. La Nazionale azzurra si prepara alle Olimpiadi del 1960; i primi due da sinistra sono Primo e Rubini, il secondo da destra è Paratore [Conoscere il basket].

Lavorando con questi principi, e tenendo presente l’obiettivo olimpico, Paratore affrontò senza grosse ambizioni i campionati europei di Sofia del ’57 e di Istanbul del ’59: decimo posto in entrambe le occasioni, ma la squadra era ancora tutta da costruire. I risultati, in quel periodo, non dovevano avere alcuna importanza; contava l’impegno, il sudore, la capacità di migliorarsi. Pur di ottenere il massimo, il Professore aveva persino sottoposto i suoi ragazzi a una tournée di 20 giorni nel Sudamerica, con lunghe sedute di allenamento e incontri amichevoli in Argentina, Cile e Uruguay. Selezione durissima: andava avanti solo chi aveva qualità e voglia di sacrificio. Quasi un lavoro dietro le quinte, dal quale alla fine venne filtrato il gruppo artefice del tanto atteso exploit di Roma, nel settembre del ’60.

Olimpiadi benedette! Arrivò un inatteso quarto posto, dietro USA, URSS e Brasile. Gli azzurri batterono per la prima volta l’Ungheria, raggiunsero per la prima volta quota cento (100 a 92 contro il Giappone), entrarono a testa alta nel girone di semifinale, dove sconfissero Cecoslovacchia e Polonia; si finì col rimpiangere, addirittura, un canestro misteriosamente scomparso dal referto nella partita contro i brasiliani (alla faccia dei favoritismi per la nazione organizzatrice!), che poteva regalarci la medaglia di bronzo.

Si era trattato comunque di una autentica prodezza, e soprattutto di un grande evento promozionale, grazie anche al contributo delle prime trasmissioni RAI: le vittorie con Francia, Jugoslavia e Ungheria furono acclamate da un numero di spettatori mai calcolato prima, sia dentro i due nuovi impianti costruiti per l’occasione (Palazzetto del quartiere Flaminio e Palazzo dell’EUR) che davanti ai teleschermi. Si può anche parlare di una svolta epocale: da disciplina di nicchia, per pochi seguaci, il basket diventava un vero sport popolare.

olimpiadi 1960

PARTITISSIMA. Paolo Vittori sotto canestro durante Italia-USA, Olimpiadi 1960 [Conoscere il basket].

Aveva proprio tirato fuori il meglio che si poteva, Paratore, dai giocatori a sua disposizione. I pivot, Calebotta e Gavagnin (fisici gracilini, due metri poco più o poco meno), se li era praticamente dovuto costruire dal nulla, eppure riuscirono a non sfigurare di fronte ai giganti americani e sovietici; per il resto, si era affidato alla precisione nel tiro di Lombardi, Vittori e Vianello, alla regia di Pieri e Giomo, al coraggio di Gamba e di Sardagna, alla grinta di Alesini e Canna, alle acrobazie di Riminucci, l’«angelo biondo». Nomi destinati a diventare famosi. Con loro si iniziò un capitolo nuovo che, tra un inserimento e l’altro, avrebbe attraversato le Olimpiadi di Tokyo del ’64 (con la bella conferma di un ottimo quinto posto, dopo un’eliminazione assurda per mano dei padroni di casa del Giappone), fino ad arrivare a quelle di Città del Messico del ’68. Vennero fuori, a poco a poco, altri giovani interessanti, come Cescutti, Bertini, Velluti, poi Bufalini, Pellanera, Gatti, Masini, Cosmelli, Flaborea, tutti o quasi reduci dallo storico raduno di Fermo, che in Nazionale aveva già fatto approdare una buona parte degli «eroi di Roma». Nel 1966, in una partita amichevole disputata contro la Germania ad Augsburg (era il 14 di settembre), il referto di gara fece registrare il debutto in Nazionale A di un ragazzone di appena sedici anni, veneto «razza Piave» trapiantato a Varese: si chiamava Dino Meneghin!

Tra la prima e la terza Olimpiade della serie, si alternarono quattro dignitose presenze ai campionati europei: il miglior piazzamento fu il quarto posto a Mosca nel ’65, dopo una semifinale persa di un solo punto per mano della Jugoslavia. Nel ’63, intanto, l’Italia aveva per la prima volta partecipato a un Campionato del Mondo, a Rio de Janeiro: settimo posto finale, niente male come esordio. Nello stesso anno era anche arrivato un oro, quello dei Giochi del Mediterraneo a Napoli; che divenne argento nella edizione del ’67 a Tunisi, dietro l’imbattibile Jugoslavia: in compenso, erano stati scoperti altri due nomi che avrebbero presto raggiunto la celebrità, quelli di Aldo Ossola e Carlo Recalcati…

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VOLERE È POTERE. Alcune frasi scritte di nascosto dagli azzurri nella stanza d’albergo di Paratore prima della vittoria sull’Ungheria: un’impresa fortemente voluta!

Il bilancio finale di Paratore sarebbe stato di 106 gare vinte su 163 disputate. Da segnalare, soprattutto, due record ancora oggi imbattuti in campo nazionale: i 12 anni, e le 3 Olimpiadi, consecutivi alla guida della Nazionale azzurra. Al di là dei numeri, comunque, Paratore fu l’uomo che riuscì davvero – per consenso unanime – a dare una svolta alla pallacanestro italiana, facendo della sua Nazionale un punto di riferimento preciso anche per le squadre di club. «Un bel giorno – aveva sostenuto in tempi non sospetti – bisognerà bene uscire da questo equivoco: o si fa dell’attività in funzione del campionato o si pensa seriamente all’attività internazionale…». Proprio altri tempi!

Aveva affermato la sua mentalità professionistica (nel senso più puro del termine), i suoi metodi di allenamento, la sua strategia nel gioco di squadra e nella maniera di studiare gli avversari. Non si faceva coinvolgere dagli schemi fissi, parlava piuttosto di un «tema», di un movimento organizzato e continuo degli uomini, ai quali bisognava concedere comunque un buon margine di libertà. «L’allenatore non deve prescindere dalle doti dell’individuo, perché sarà sempre un individuo a concretare la manovra, con un passaggio filtrante o con una entrata a canestro o con un tiro da fuori…». Accanito sostenitore del gioco dinamico e del contropiede («…ti dà sempre l’occasione di attaccare con l’uomo in più!»), riuscì anche a imporre il divieto della difesa a zona nei campionati giovanili: un vero precursore dei tempi! Fu tra l’altro uno dei primi a tenere corsi per allievi allenatori in giro per l’Italia: aggiornarsi e aggiornare gli altri era un dovere al quale non sapeva sottrarsi.

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ANGELO. Sandro Riminucci, detto l’angelo biondo.

Si era imposto col suo grande carisma, il professore venuto dall’Egitto; era piccolo di statura (almeno in confronto ai suoi giocatori), i lineamenti classici di un siculo-arabo; gli occhiali e i baffetti – per non dire della perenne sigaretta in bocca – contribuivano a dargli una certa autorevolezza. Non aveva bisogno di molte parole per farsi capire e rispettare; e soprattutto non aveva bisogno di alzare la voce, perché proprio non faceva parte del suo carattere. Mai plateale, la sua ritrosia poteva anche fargli guadagnare meno simpatie di quelle che avrebbe meritato. Ai giornalisti non offriva dichiarazioni clamorose, vittorie o sconfitte che fossero; ci teneva piuttosto a sottolineare che la sua pallacanestro era «…quella della palestra, dell’osservazione e dello studio, del rispetto e della valutazione del lavoro degli altri».

Claudio Velluti, cestista di origini sarde, fu uno dei tanti giocatori azzurri alla corte di Paratore in quegli anni. Ecco il suo ricordo «Lo conobbi per la prima volta nel ’57, quando venne a Cagliari a raccogliere giovani da selezionare in previsione del ricambio generazionale per le Olimpiadi di Roma. Lo ebbi poi come allenatore in tutte le mie partecipazioni nella Nazionale maggiore, tra il ’59 e il ’61. Era un tecnico che cercava di insegnare i fondamentali sia di squadra che individuali anche ad atleti ormai anziani e scafati come eravamo noi. Molto attento ai particolari, preparava minuziosamente le partite; non ricordo di averlo mai sentito gridare, né in allenamento, né in partita, anche quando ci si trovava in momenti di particolare stress agonistico o magari sotto di alcuni punti in conseguenza di nostri errori in campo…». Velluti, che giocò anche nella Simmenthal Milano (vincendo un memorabile spareggio contro l’Ignis Varese a Bologna nel ’61), ci svela anche una debolezza di coach Paratore: «Odiava viaggiare in aereo, cosa che purtroppo era costretto a fare in molte circostanze. Una volta, al rientro a Treviso dalle Universiadi di Sofia, dopo un volo travagliato che ci costrinse a girare per oltre un’ora sull’aeroporto, ci fu anche lo scoppio di uno pneumatico al momento dell’atterraggio, con conseguente sbandamento dell’aeromobile: quando finalmente mettemmo piede a terra, il professore, atterrito, inginocchiò e baciò la pista sotto la pioggia, con le lacrime agli occhi…».

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DIFESA. Il prof. Paratore dimostra un movimento difensivo.

Le apparenze ingannavano. Era un uomo mite, ma dal polso di ferro; distaccato, eppure sensibile nel profondo del suo animo. Controllava le emozioni, fin dove poteva; le sue vicende sportive in giro per il mondo, del resto, gliene procuravano tante, sia dentro che fuori dai campi di gioco. Tra le varie esperienze vissute, ci fu anche quella – lo vedremo – di essere protagonista in Sicilia, provando così il piacere di scoprire e valorizzare le sue origini. Era come se il destino avesse voluto tracciare per lui anche un percorso fatto di sentimenti: lungo questo cammino, un bel giorno, si ritrovò addirittura in Egitto, dove aveva creduto di non rimettere più piede. L’acqua secolare del Nilo era là ad aspettarlo; qualcuno glielo aveva predetto……

fine seconda puntata

(continua…)

Nunzio Spina

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