Vittorio Tracuzzi, cuore da zingaro / 2

Prosegue con la seconda puntata la storia delle gesta dell’ex c.t. della Nazionale nato a San Filippo del Mela e da quest’anno nella Hall of Fame, raccontata da Nunzio Spina.

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…continua dalla prima puntata

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TRAC. Vittorio Tracuzzi, il più giovane c.t. della Nazionale e quattro volte campione d’Italia [Conoscere il basket].

Era nato per fare il vagabondo, per inseguire il suo istinto e le sue convinzioni, dovunque lo portassero. Dal basket si era lasciato prendere in maniera totale: sedotto nella sua Sicilia, tra le colline natie di San Filippo del Mela, era stato facilmente trascinato verso palcoscenici importanti, da Roma a Varese, dalla Nazionale azzurra alle Olimpiadi. Giocatore o allenatore; o entrambe le cose. In quegli anni che fecero seguito alla fine della guerra, anche nello sport bisognava cercare di adattarsi a tutto.

Quando mise piede a Bologna, a 31 anni, Vittorio Tracuzzi era ancora nel pieno del fervore agonistico. Vi era arrivato nel ’54, col suo bagaglio carico di idee e di buoni propositi, atteso da una società e da una tifoseria, quelle della Virtus, che avevano scommesso su di lui per tornare in alto. Non li deluse! Le «V nere» rivinsero subito lo scudetto, e la stagione successiva l’impresa riuscì nuovamente.

Fu un momento magico per lui, la rincorsa verso il successo pieno aveva toccato l’apice. In campo e in panchina Vittorio riusciva a spadroneggiare: il muso duro, le urla in campo, le tattiche da stratega. Aveva in squadra un gigante di 2 e 04, Nino Calebotta – trasformato da pertica in discreto cestista –, al quale affidava spesso la finalizzazione del gioco sotto canestro. C’era anche la coppia Mario Alesini-Achille Canna, che tramutava in oro un semplice schema di gioco offensivo tanto caro a Tracuzzi: il contropiede! In difesa, poi, un’invenzione enigmatica per quei tempi, la «zona 1-3-1», aveva disorientato anche gli avversari più esperti. Pensare che Dan Peterson, origini e scuola statunitensi, l’avrebbe riscoperta trent’anni dopo come «arma segreta» per la sua lunga serie di vittorie sulla panchina di Milano…

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VINCENTI. La prima formazione della Virtus Bologna con Tracuzzi, campione d’Italia 1954-55: Negroni, Zia, Canna, Borghi, Calebotta, Tracuzzi, Mioli, Gambini, Rizzi, Battilani, Verasani [VirtusPedia].

La Virtus aveva per la prima volta ceduto alle lusinghe della sponsorizzazione (c’era scritto «Minganti» sulle maglie, il nome di un’officina meccanica) e così qualche spicciolo in più da spendere lo aveva trovato. Tracuzzi veniva stipendiato più degli altri allenatori in giro. Solo che, con le 70.000 lire mensili che gli metteva in mano il presidente, faceva già fatica a mantenersi: doveva per forza arrotondare con l’insegnamento a scuola (era professore di Educazione Fisica), la moglie Merina era costretta a fare altrettanto. Quando arrivò il vero professionismo nel basket, lui si era già lasciato alle spalle tutte le esperienze di alto livello che avrebbero potuto arricchirlo.

Non fu mai, del resto, un grande speculatore del suo talento. E non solo dal punto vista economico. Ogni tanto sprecava anche occasioni per guadagnare gloria. Come quella volta che mancò clamorosamente il terzo scudetto consecutivo a favore di Bologna: nella partita clou contro la Simmenthal, a Milano, con quattordici punti di vantaggio a pochi minuti dalla fine, mise fuori tre giocatori del quintetto, favorendo così la rimonta degli avversari, poi vittoriosi al supplementare. Pare che volesse fare uno smacco al suo acerrimo avversario Cesare Rubini, oppure dimostrare chissà quale sua teoria… Fu allora che nacque il detto delle «tracuzzate», per dire di certe sue decisioni improvvise e astruse, diciamo fuori dalla logica comune; un’etichetta che gli restò poco simpaticamente addosso, anche perché nessuno la tirava fuori quando, al contrario, accadeva che le «tracuzzate» sortissero un risultato positivo.

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DOPPIA VESTE. Tracuzzi, allenatore giocatore della Virtus due volte campione d’Italia [VirtusPedia].

La Virtus, in fondo, gliela perdonò quella follia. Altrimenti non lo avrebbe tenuto ancora là come allenatore per altre tre stagioni (come giocatore aveva intanto lasciato perdere). Arrivò sempre seconda in campionato, alle spalle della Simmenthal: una maledizione, secondo i pessimisti, oppure la conferma di essere comunque una grande squadra, secondo altro punto di vista. Nel frattempo, il marchio commerciale accanto al simbolo della «V» era cambiato in «Oransoda», e dalla «Sala Borsa» (elegante galleria del centro storico adibita a campo di basket) ci si era trasferiti al Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita, poi ribattezzato «PalaDozza». Tracuzzi ebbe l’onore di inaugurarlo quel famoso parquet.

Fu proprio l’Oransoda, anzi il gruppo industriale che le stava dietro, a decidere le sorti del Professore negli anni successivi. La famiglia Casella se lo portò a Cantù, «piazzetta» emergente del basket italiano, dove gli affidò la panchina della squadra locale, che sponsorizzava un altro marchio di casa, l’acqua «Levissima». Due stagioni, due quarti posti in serie A, alle spalle delle grandi, il massimo che gli si potesse chiedere. Però Varese, là a pochi chilometri, non poteva permettersi di lasciare in provincia un allenatore come lui. Lo richiamò e si avviò a un’altra lunga serie di successi: lo scudetto dopo un anno (’63-’64); cinque secondi posti (sempre dietro Milano); poi la conquista della Coppa delle Coppe, nel ’67 (primo alloro europeo della società). Aveva di che andar fiero Tracuzzi, e invece un giorno confessò di avere fatto un grosso sbaglio a lasciare il clima sereno di Cantù per accettare le proposte allettanti dell’Ignis, dove l’ambiente un po’ lo opprimeva e dove gli toccava anche litigare col patron Borghi. Ormai sappiamo come era fatto: disposto a qualsiasi rinuncia pur di imporre il suo modo di pensare; tolleranza poca, compromessi zero!

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ANCORA UNA. Secondo scudetto consecutivo per la Virtus, ancora con Tracuzzi in formazione: in piedi Canna, Borghi, Rizzi, Calebotta, Gambini, Alesini; accosciati Battilani, Verasani, Randi, Negroni, Tracuzzi [VirtusPedia].

Finirono col pesargli anche quegli anni luminosi di Varese. E allora via per altri lidi: una breve parentesi in Sardegna, a Cagliari, quasi per disintossicarsi; poi due stagioni a Milano, con la seconda squadra della città, la «Pallacanestro All’Onestà»; altre due a Bologna, ancora con la Virtus, ora sponsorizzata «Norda». Non era più tempo di trionfi, non c’erano neanche le condizioni; ma nella élite del massimo campionato Tracuzzi si muoveva sempre a suo piacimento, chiamato e richiamato ogni qual volta c’era bisogno di una guida tecnica affidabile. Solo che i risultati sul campo non sempre erano in linea con le pretese delle società, e più lui si ostinava a inseguire le sue idee, più restava isolato e incompreso. Conobbe così anche l’onta dell’esonero, prima a Milano e poi a Bologna: il che, probabilmente, lo infastidì solo per il fatto di non essere stato lui a decidere di togliere il disturbo. Non erano queste le cose che potevano deprimerlo – visto il personaggio che era – però capì che qualcosa era cambiato in quel mondo cestistico, e che per sopravvivere a certi livelli avrebbe dovuto cambiare anche lui. Non lo fece, a costo di andare ad allenare in serie C…

La primavera del 1972 segnò una svolta decisiva nella sua carriera. Bologna gli aveva appena dato il benservito, quando dal Monferrato, terra piemontese generosa di vini e tartufo, sentì arrivare un timido cinguettio di richiesta: la «Junior Casale», piccola società di serie C con un bel vivaio da coltivare, lo invitò a tenere uno stage di due mesi, male che andava avrebbe risposto che la cosa non lo interessava… A fare e disfare le valigie Tracuzzi non solo era abituato, forse ci prendeva anche gusto. Andò, lo accolsero a braccia aperte, trovò l’ambiente ideale per la sua concezione di basket, fatto di insegnamento, di lavoro in palestra, di giovani da lanciare. Non vi restò due mesi, ma quattro anni, guidando poi la prima squadra in Serie B, un’esperienza che lasciò il segno e che lo gratificò come lui voleva. Qualcuno cercò di riportarlo nel grande giro, ma al richiamo di certe sirene le sue orecchie erano ormai diventate insensibili.

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SALTO. Un rimbalzo catturato da Tracuzzi durante un torneo estivo.

Aveva trovato una sua nuova dimensione. Schivo come sempre, ma non più in lotta con se stesso e con gli altri, se ne stava tranquillamente lontano dalle luci della ribalta, che ultimamente lo avevano un po’ accecato. A poco a poco era venuto fuori anche il lato buono del suo carattere, o forse erano le persone che gli stavano attorno in quel momento ad apprezzarlo di più: dietro quella faccia da burbero e quell’atteggiamento in apparenza scontroso, si scopriva un uomo generoso, socievole, dotato anche di una vasta cultura (di quella scientifica in particolare, avendo mancato di poco, tra l’altro, una laurea in Medicina). Quanto alle sue ambizioni di allenatore, il messaggio era ormai chiaro per tutti: velleità non ne aveva e non ne accettava dagli altri; si accontentava di poco, purché lo lasciassero fare.

Questo fu il Tracuzzi che un bel giorno decise – zingaro per zingaro – di riaccasarsi nella sua Sicilia. Fissò la residenza sua e della sua famiglia a Messina, e da lì ripartì un altro capitolo della sua avventura, senza che mai fosse rimasto inattivo una sola stagione. La «Cestistica» Messina prima, poi una puntata al di là dello Stretto con la «Viola» Reggio Calabria, per tornare ancora più a Sud, a Ragusa, con la «Virtus». Tutti campionati di serie B, senza grandi aspettative e senza risultati clamorosi (a Reggio ci scappò anche un altro esonero); ma il Professore non era uno dei tanti di passaggio, lasciava comunque la sua impronta, grazie a lui molti giocatori trovarono la loro definitiva affermazione. Lo si ritrovava sempre in giro, a quei tempi: il borsello sulla spalla, la sigaretta in mano, faceva da spettatore anche a partite di campionati giovanili, e ogni tanto lo vedevi annotare qualcosa nel suo taccuino. Cupo in volto, riservato, imperscrutabile: ma queste erano le apparenze!

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VIVAIO. Lo Junior Casale Monferrato 1975-76, società dal florido vivaio. Ninni Gebbia è il terzo da sinistra accosciato; Tracuzzi in piedi il primo da destra; il quarto da destra in piedi è Ottorino Flaborea, anche lui nella hall of fame [arch. Ninni Gebbia].

Possibile che uno come Tracuzzi, che il basket in Italia aveva praticamente contribuito a farlo nascere, e che continuava a professarlo con tanta passione, dovesse restare così emarginato? Possibile che la Federazione si fosse dimenticato di lui? Lo riconvocarono in «azzurro»: tutti d’accordo, il presidente conterraneo Enrico Vinci, il suo vecchio avversario-amico Cesare Rubini, lo stesso allenatore della Nazionale Sandro Gamba, che lo aveva sempre considerato «un maestro». C’erano programmi, collaborazione, persone valide e stimate alle quali rendere conto del proprio operato: per cui si fece convincere.

Cominciò dalle Nazionali giovanili maschili, pane per i suoi denti: ragazzi da selezionare, da seguire e da promuovere, era questo che continuava a interessarlo, che lo entusiasmava più di chissà quale vittoria sul campo. Poi il passaggio al settore femminile, alla guida della Nazionale dall’81 all’85, con dignitose partecipazioni agli Europei, tra cui un quinto posto a Budapest. Ci sapeva fare anche con le ragazze, non è vero che avesse preclusioni nei loro confronti: sappiamo che uno dei suoi quattro scudetti in bacheca era quello conquistato con la Bernocchi Legnano; addirittura nel lontano ’48 aveva anche allenato a Roma una squadra femminile di serie B. Pur ammettendo che le differenze fisiche tra i due sessi non potevano portare agli stessi gesti atletici, diede una sua impostazione rigorosa, sostenendo che sul piano tecnico il basket era uno, e uno solo!

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CONTESTA. Tracuzzi litiga con un arbitro durante l’esperienza a Casale [arch. Ninni Gebbia].

Dopo i 60 anni, la sua voglia di lavorare in palestra e di misurarsi sul campo non si era per niente affievolita. Continuava a sprigionare energia anche con la sua innata mania di girovagare solitario, magari su una roulotte o su una vespa. Neanche un brutto incidente stradale era riuscito a sbarrargli la strada, ma fu quello a segnare poi il suo triste destino. Aveva riportato una lesione, e a distanza di un po’ di tempo decise di porvi rimedio sottoponendosi a un intervento chirurgico all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna: la morte arrivò qualche giorno dopo, senza bussare alla porta, con la più imprevedibile e la più fulminea delle complicazioni, l’embolia polmonare. Era il 21 ottobre del 1986. Per l’ennesima volta (e purtroppo l’ultima) Tracuzzi aveva colto tutti di sorpresa!

Nunzio Spina

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Dicembre 2009. La Commissione degli Onori, organo della Federazione Italiana Pallacanestro, decide di far entrare Vittorio Tracuzzi nella «Hall of Fame», assegnandogli un premio «alla memoria».

Tra i tanti personaggi che dal 2006 a oggi sono entrati in questa prestigiosa galleria, Tracuzzi si ritroverà in compagnia di: Cesare Rubini, Sandro Gamba, Enrico Vinci, Aldo Giordani, Giancarlo Primo, Carmine Paratore, Dado Lombardi (suo giocatore a Bologna), Ottorino Flaborea (suo giocatore a Varese e a Casale).

Gli altri premiati di questa edizione sono: Giovanni Gavagnin, Giuseppe Brumatti, Giulio Jellini e Nicoletta Persi (per la categoria atleti), Arnaldo Taurisano (allenatore), Vittorio Fiorito (arbitro), Gianni Corsolini («una vita per il basket»), Adolfo Bogoncelli («alla memoria»).

Al nome di Tracuzzi sono già stati intitolati il campionato nazionale juniores femminile e un Palazzetto dello Sport a Messina.

(continua…)

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