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Max Reale, un campione a Catania

Si chiude il 2010 e vi proponiamo l’intervista realizzata quest’estate a Max Reale, l’ala argentina che ha concluso la sua carriera europea con la Pallacanestro Catania. La sua storia e ciò che ha realizzato nell’anno e mezzo in rossazzurro meritano la copertina nell’ultimo giorno dell’anno.

COPERTINA. La copertina di Basket Catanese dell’estate scorsa, quando Catania ha battuto Siracusa in Coppa Italia.
LA SCHEDA. Max Reale.
Ala grande, Río Cuarto 1973.
1991-95 Gómez SC Santa Fe (Arg) LN
1995-97 Racing Avellaneda (Arg) LN
1997-98 Gimnasia de Comodoro (Arg) LN
1998-99 Ol. Venado Tuerto (Arg) LN
1999-00 Pallacanestro Cantù A1
2000-01 Pico FC (Arg) LN
2001-02 Joventut Badalona (Spa) ACB
2002-04 N. Sebastiani Rieti B Ecc.
2004-05 Pool Firenze Basket B Ecc.
2005-06 U.C. Casalpusterlengo B Ecc.
2006-08 Basket Trapani B Ecc.
2008-10 Pallacanestro Catania B Dil.
2010-11 Sport Club Cañadense (Arg) B

Immaginatelo con i capelli lunghi, raccolti in una coda. Ha un sorriso sincero, un fisico longilineo e potente, grande tecnica, tanta serietà e voglia di dimostrare chi è e cosa può fare. È alto intorno ai due metri, gioca ala, indossa la maglia bianca e azzurra della Nazionale argentina maggiore e si appresta a disputare il suo primo Campionato Sudamericano in Uruguay. È molto emozionato, anche perché la sua carriera è in piena ascesa, ha solo 22 anni e quest’opportunità può aprirgli molte strade per il futuro.

«Era il 1995 – racconta Max Reale, 15 anni dopo –, ero diventato un punto fermo nella liga argentina. C’era il campionato sudamericano a Montevideo, la mia Nazionale si presentava con una buona formazione, anche se mancava qualche stella. Abbiamo vinto con il Brasile, grande avversaria sia nostra che dell’Uruguay, e siamo arrivati in finale contro i padroni di casa. Si giocava al “Cilindro”, un palazzetto invaso da ventimila tifosi festanti: era impossibile vincere! È stata comunque una bellissima esperienza». Non era la prima volta che difendeva i colori del suo paese: due anni prima aveva fatto parte dell’Under-20. «Ho giocato un torneo in Ecuador nel 1993 e ricordo che quando mi hanno dato la maglia mi sono guardato allo specchio e mi sono sentito pieno d’orgoglio! Ho ancora tutto conservato gelosamente a casa».

Ne è passata di acqua sotto i ponti. Maximiliano Ariel Reale ha ora quasi 38 anni, i capelli corti, qualche ruga in più, ma lo stesso sorriso e la stessa serietà. Ha giocato in giro per l’Argentina, la Spagna e l’Italia e quest’estate è rientrato a casa per giocare l’ultimo atto della sua lunga carriera. L’ala ha chiuso quindi il suo giro dello stivale a Catania, dove si può fregiare del vanto di essere uno tra i pochissimi giocatori (se non l’unico) ad aver calcato il parquet etneo dopo una carriera così importante.

La storia della sua vita cestistica ci riporta ai primissimi anni ottanta…
«A 8 anni ero in campo a Río Cuarto, la mia città, poi a 17 ho visto Cañada de Gómez e ho deciso di trasferirmi lì, a trecento dalla mia famiglia, perché volevo far parte della squadra locale. Mi allenavo due volte al giorno (anche d’estate) e studiavo, prima al liceo, poi all’università. Lì mi seguiva Julio Lama, che è stato anche al Real Madrid, e sono migliorato moltissimo nei fondamentali e nel gioco di squadra. Nel 1992 lo sponsor si è ritirato ed ecco l’occasione di giocare titolare insieme ad Alejandro Montecchia, Daniel Farabello, Gabriel Díaz e altri; i giornali ci davano per spacciati perché un quintetto con un’età media inferiore ai 23 anni non poteva competere nella massima divisione. Invece siamo arrivati ai quarti dei play-off, vincendo anche contro i campioni dell’Atenas. Giocavamo con velocità e tecnica, ci conoscevamo a memoria».

Max Reale esordisce a Catania nel gennaio 2009 contro Agrigento (Basket Catanese)

Nasce così la storia del basket champagne dei giocatori-bambini, tanto che il giornale “Solobasket” dedica una copertina a Reale, Montecchia e Díaz impegnati con dei giocattoli!
«L’anno successivo siamo migliorati, giungendo ancora ai play-off. Poi sono andati via vari titolari e ci siamo salvati ai play-out. Mi ero guadagnato la Nazionale e giocavo 40 minuti media (su 48); non potevo passare inosservato. La chiamata di una grande squadra mi è arrivata grazie a León Najnudel, il fondatore del campionato argentino nonché allenatore del Racing Avellaneda. La squadra di calcio voleva investire anche nel basket e così la dirigenza ha preso “Chapu” Nocioni e altri giocatori molto bravi; io ero uno dei rinforzi. Dopo cinque mesi però i fondi sono finiti, Najnudel se n’è andato con alcuni titolari ma io sono rimasto, giocando tutte e due gli anni del contratto. Nel 1997 sono andato in Patagonia, al Gimnasia de Comodoro. Giocare tanto distante dalla capitale è stato un grande sacrificio; ricordo le lunghissime trasferte in pullman, che duravano anche tre giorni per giocare due partite consecutive al Nord. In più, c’è stato qualche problema con la società. A 25 anni ho firmato per il Venado Tuerto, una squadra che ha lottato fino all’ultimo per la salvezza. Durante il campionato, ho maturato la decisione di partire per l’Europa, solo e all’avventura. All’ultima giornata ci siamo giocati la permanenza nella massima serie: abbiamo vinto, così mi sono sobbarcato 800 km di strada per giungere a Buenos Aires e prendere l’aereo».

E lì inizia il percorso nel Vecchio Continente di Reale. Cestista affermato in patria, Max è ormai un uomo che cerca la sua strada ripartendo da zero.
«Era una grande scommessa. Mi sono iscritto a una summer league senza procuratore e ho conosciuto lì qualcuno che faceva al caso mio. Un connazionale mi ha dato una mano a Firenze e poi in Spagna, dove mi ha notato nientemeno che l’allenatore del Manresa, Manel Comas. La società catalana aveva vinto da poco un titolo nazionale, stava costruendo una grande formazione e mi ha dato anche l’opportunità di fare un provino. L’allenatore era entusiasta, ma qualcosa è andato storto al momento della firma e hanno preso un altro giocatore nel mio ruolo. Non mi sono perso d’animo, trovando un contratto in Italia, a Cantù. Mi sono ambientato poco a poco, ho imparato l’italiano, giocavo da ala piccola e ci siamo salvati. Sarei potuto rimanere anche tre anni se non fosse che il giorno prima della chiusura del mercato hanno preso un altro nel mio ruolo. Non avevo il tempo di trovarmi un’altra squadra, così sono tornato in Argentina, al Pico F.C.».

Al rimbalzo insieme a Rolando contro Bernalda (Basket Catanese)

È stata solo una toccata e fuga, però, perché la carriera in Europa era appena iniziata!
«È stato un anno difficile, ma alla fine mi sono sposato con Natalia! In luna di miele siamo andati a Parigi e ne ho approfittato per partecipare a una summer league a Saint-Étienne. Lì Jorge Rifatti è diventato il mio procuratore e mi ha fatto partecipare ad altri tornei fin quando ho incrociato di nuovo Comas, che mi ha portato a Badalona; ho un ottimo ricordo di lui, era un personaggio che parlava con le metafore. Un infortunio stupido al ginocchio però mi ha compromesso il finale di stagione e non sono riuscito ad arrivare pronto al precampionato successivo. A malincuore ho quindi lasciato l’ACB per andare a Rieti, in B d’Eccellenza, dove Tonino Zorzi mi ha dato fiducia, anche se non ero in condizioni perfette. E lì è iniziato il mio lungo percorso nelle serie minori italiane, con Firenze, Casalpusterlengo e Trapani».

E a Trapani Reale ha rischiato di chiudere la carriera.
«Il secondo anno mi sono rotto i legamenti crociato e collaterale contro la Virtus Siena. Mi sono operato a Bologna, a Trapani ho fatto rieducazione ed è stato un dispiacere perdere i play-off al termine di un anno fantastico. In quel momento, la famiglia (soprattutto Natalia) e la fede mi hanno aiutato ad andare avanti, anche perché pensavo che la mia carriera era finita lì. Sono stati tre mesi durissimi, ma poi ho trovato lo stimolo per riprendere: ho scommesso con me stesso che sarei tornato in campo. Volevo anche dimostrare ai miei figli che per tornare bisogna dare il massimo, che si possono superare le difficoltà».

Partenza in palleggio contro Potenza (Basket Catanese)

Per riprendere a giocare, Reale si trasferisce dall’altra parte dell’isola: a Catania, con una società emergente.
«Dopo Trapani, potevo scegliere tra Barcellona, Agrigento, Potenza o Catania. Marco Distefano mi ha contattato tramite il mio nuovo procuratore, Forti, e ci siamo accordati: la dirigenza mi ha dato fiducia, sapendo che sarei potuto tornare da gennaio e non pienamente recuperato. Nove mesi fuori dal campo sono lunghi e l’esordio è stato una grande gioia. Mi sono trovato bene con tutti, mi ricorderò della vittoria contro Corato e della gara-3 contro Reggio Calabria. Lì avevamo trovato la strada giusta, saremmo potuti arrivare lontano se avessimo imposto il nostro gioco a Bisceglie in semifinale; so però che abbiamo dato il massimo. Il gruppo è stato generoso, con i nostri limiti siamo arrivati a un buon risultato. In questi due anni mi sono divertito, sono contento di com’è andata. Mi sono goduto tutto al massimo perché sapevo che alla fine sarei tornato a casa e così ho guardato tutto con un’altra ottica».

Cosa l’ha spinta a giocare fino a 37 anni?
«C’è sempre stata la passione, la voglia di andare avanti. Devi credere in te stesso e impegnarti tanto, mettendoti alla prova, accettando le sfide. Sono arrivato a quest’età perché continuo a divertirmi, anche in Serie B il bello è giocare. Quand’ero più giovane ho sempre cercato di essere pronto per qualsiasi opportunità, migliorandomi. A volte si fa la scelta sbagliata, ma ci sta. Ti possono aiutare gli allenatori, ma tutto dipende da te. Poi se sei bravo, hai la volontà di crescere e fai le scelte giuste puoi arrivare dove vuoi e anche a guadagnare per quanto vali».

Reale si fa spazio sotto canestro contro Bernalda (Basket Catanese)

Nemmeno due mesi dopo il ritorno a Cañada de Gómez, la Pallacanestro Catania ha ammainato la bandiera e si è ritirata dalla Serie B Dilettanti. L’esperienza della società di Condorelli è durata appena due stagioni, eppure per Max Reale la strada intrapresa era quella giusta.
«Il problema è che lo sport di Catania è il calcio, tutti giocano a pallone in piazza con la maglia rossazzurra, anche in chiesa il prete dice “Forza Catania”! Gli altri sport vengono dopo. Al basket manca il motore che ha il calcio, ciò che serve per produrre giocatori. La strada della società era quella giusta: costruire i playground, andare nelle scuole, organizzare i 3vs3, portare squadre importanti. Così si coinvolge più gente e, dopo tre o quattro anni di lavoro sulla base, il basket a Catania sarebbe cresciuto. Catania è più grande di Trapani, dove invece c’è una spinta maggiore; qui si potrebbero coinvolgere molti più bambini!»

Più in generale, in tutta Italia si sta tentando di dare una forte spinta al lavoro nel settore giovanile, ma per il cestista argentino le nuove regole non favoriranno i giovani italiani.
«Sono contrario a proteggere gli italiani obbligando le società a schierarne alcuni: così i ragazzi crescono senza ostacoli e alla prima difficoltà non resistono! L’arrivo in prima squadra dovrebbe essere un percorso naturale, dovrebbe giocare chi è bravo. La politica della federazione non ha senso, perché così si protegge anche gente che dopo un po’ magari non giocherà più o addirittura si rovinerà la vita perché non studia e si concentra troppo sullo sport. La selezione dovrebbe essere naturale».

L’ultima partita di Reale a Catania, nei playoff contro Bisceglie (Basket Catanese)

Com’è il suo presente e come sarà il suo futuro?
«Mi rilasso e gioco. Natalia lavora e i miei figli vanno a scuola. In futuro, vorrei rimanere legato al basket. Potrei fare l’allenatore, ma a livello giovanile, perché altrimenti dovrei girare e invece vorrei che la mia famiglia avesse una vita più stabile. Sicuramente farò il procuratore, lavorando direttamente da casa, girando i tornei e contattando i giovani. Ci vorrà pazienza, ma spero di riuscirci».

Guardando il passato, cosa avrebbe voluto fare e non ha potuto?
«Avrei voluto stringere la mano a Giovanni Paolo II, era un personaggio completo che ispirava pace. La preghiera mi ha fatto superare gli infortuni e prima delle partite vado a messa, la fede è stata un aspetto importante della mia crescita».

Mesi dopo il suo ritorno in patria, ci si potrebbe chiedere cosa ha lasciato la sua presenza a Catania. A chi l’ha visto giocare, Reale ha mostrato la sua professionalità, classe e personalità, anche se non s’è mai espresso al 100%. La parentesi è stata breve, ma i ragazzini delle giovanili hanno potuto osservarlo e studiarlo e sicuramente hanno appreso molto; in più alcuni hanno anche avuto l’opportunità di allenarsi con lui. Riproponiamo un video girato da Rubens Malagò, sui fondamentali in post basso: «Forse ho questo limite allora lo lascio stare – dice in un passaggio -. No, io ci lavoro, per capire fin quanto posso spingere per superarlo». Questo è l’insegnamento che dovrebbe spingere tutti i giovani cestisti che vogliono arrivare lontano, così come ha fatto lui.

Roberto Quartarone, Salvatore Maugeri, Chiara Borzì

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