Vittorio Gassman: il basket per entrare in scena!

Il versatile attore, protagonista del cinema italiano, da giovane fu cestista in Serie A, con la Parioli Roma, e della Nazionale. Ecco la sua parabola che si concluse con la Seconda guerra mondiale.

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Vittorio  Gassman (1922-2000): attore, regista, sceneggiatore, scrittore… e cestista (da www.cinemamente.com)
Vittorio Gassman (1922-2000): attore, regista, sceneggiatore, scrittore… e cestista (da www.cinemamente.com)

La decisione di incanalare nella disciplina teatrale la sua prestanza scenica, sottraendola alla terra – ancora dura – dei campi di pallacanestro, scaturì quella mattina in cui, aprendo il Corriere dello Sport, si ritrovò davanti un titolone che così sentenziava: «Vittorio Gassman delude, accecato ormai dalle luci della ribalta». Il perfido giornalista non gli capitò là tra le mani, e fu meglio così… Ebbe tempo di rifletterci un attimo, giungendo alla conclusione che sì, in effetti, aveva ultimamente fatto vedere qualcosa di meglio nel ruolo di attore piuttosto che in quello di cestista, e tanto valeva quindi chiudere una carriera e buttarsi, anima e corpo, nell’altra. Il mondo dello spettacolo non avrebbe mai smesso di benedire quella scelta.

Era la primavera del 1943, l’Italia già tragicamente coinvolta nel secondo conflitto mondiale e lo sbarco degli Alleati ormai vicino. Eppure si continuava a giocare! Il campionato italiano di pallacanestro era andato avanti regolarmente, quasi irridendo – o forse esorcizzandolo in qualche maniera – il dramma della guerra. Nella storica palestra della Misericordia di Venezia (ricavata da un vecchio edificio del ’500) si disputava una partita decisiva per l’assegnazione dello scudetto, tra la locale Reyer e la Parioli Roma. Le cronache dell’epoca parlano di una partita burrascosa di incidenti, con una scazzottata generale in campo e negli spogliatoi, che la squadra veneziana si aggiudicò per tre punti, proiettandosi così verso la conquista del titolo tricolore, il secondo consecutivo. Nelle sue file c’era il più forte giocatore italiano dell’epoca, Sergio Stefanini; in quelle romane, lui, Vittorio Gassman, che avrebbe poi candidamente ammesso: «Avevo giocato malissimo, ero poco allenato».

Benito Mussolini con i figli Bruno (a sinistra) e Vittorio                                      (da mussolinibruno.blogspot.com)
Benito Mussolini con i figli Bruno (a sinistra) e Vittorio (da mussolinibruno.blogspot.com)

Certo non fu la maniera migliore per congedarsi dalla pallacanestro. Ma trattandosi di un cambio di scena, e non di un’uscita, tutto sembrò normale, per non dire provvidenziale. I riflettori che da lì in avanti gli si puntarono contro – quelli del teatro, del cinema, poi anche della televisione – erano decisamente più forti; i riconoscimenti (12 David di Donatello, 6 Nastri d’argento, solo per citarne alcuni) si sarebbero rivelati di gran lunga più gratificanti. Una svolta decisiva, un salto di qualità. Senza rinnegare il passato però, anzi valorizzandolo, perché se la sua presenza sul palco o sul set risultava sempre così imponente, se le sue evoluzioni apparivano così virtuose, a volte addirittura acrobatiche, il merito andava proprio – e ci teneva a dirlo – alla disciplina sportiva che lo aveva formato, nel fisico e nel temperamento.

Gallinaccio” lo chiamavano. Per via della statura (1 e 89 era considerata, a quei tempi, una buona altezza) e soprattutto per il suo muoversi dinoccolato. Cominciò a tirare i primi palloni a canestro al Liceo Tasso di Roma, dove nel giro di due anni, tra i quattordici e i sedici, lo videro allungarsi di ben 20 cm, e anche mettere un bel po’ di muscoli attorno alle sue ossa in crescita, specie a livello delle spalle e del torace; il che contribuiva a dargli, appunto, le vaghe sembianze di un gallo. Era nato a Genova, il 1° settembre del 1922. La professione del padre, un ingegnere civile tedesco, lo aveva obbligato fin da piccolo a dei trasferimenti, fino a quello definitivo a Roma. Qui il suo destino (sportivo) si incrociò con quello di Mussolini; o, meglio, dei suoi primi due figli maschi, Bruno e Vittorio, che avevano una passione sfrenata per il basket, e dopo essersi cimentati come giocatori nella squadra dei Parioli, ne avevano preso in mano le redini dirigenziali. Gassman vi entrò ancora giovanissimo, consegnato alle cure dell’allenatore Angelo Bovi, un maresciallo dell’esercito che aveva appreso dagli americani i rudimenti della palla al cesto, nel corso della Prima Guerra Mondiale. Dalle apparizioni in Seconda Divisione al debutto in Serie A trascorse una sola stagione.

La Nazionale universitaria italiana di basket, schierata prima di un incontro con l’Ungheria; Vittorio Gassman è il terzo da destra, con la canotta numero 10 (da Arceri, Il grande basket)
La Nazionale universitaria italiana di basket, schierata prima di un incontro con l’Ungheria il 3 maggio 1942; Vittorio Gassman è il terzo da destra, con la canotta numero 10 (da Arceri, Il grande basket)

Si giocava su un campo in terra battuta, in Via Antonelli ai Parioli, quartiere di nuova edificazione, luogo di residenza della borghesia medio-alta e dei gerarchi fascisti. Raccolta l’eredità della gloriosa Ginnastica Roma (che sarebbe tornata in auge nel dopoguerra) e vinta la concorrenza delle altre compagini capitoline (Lazio e GUF), la Parioli rappresentò per qualche anno Roma nella élite del basket italiano. Un pubblico numeroso e appassionato seguiva le partite dalle tribune in legno, e tra le tifose più accanite c’era la mamma di Vittorio Gassman, Luisa Ambron (toscana di nascita, ebraica di discendenza), che per la verità dietro i suoi amorevoli e un po’ imbarazzanti incitamenti («Coraggio Vittorino!») tramava già sul futuro d’attore per il figlio, che a sua insaputa iscrisse all’Accademia di Arte Drammatica.

Ne avrebbe interpretati di ruoli nello spettacolo, Vittorio, da quelli tragici a quelli comici, dai monologhi dell’Amleto all’allegra caciara dell’Armata Brancaleone: con la padronanza di recitazione e con la versatilità che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare. Nel basket, invece, si limitò al ruolo di pivot (faceva parte dei giganti, come abbiamo detto); fisicità e grinta erano le sue virtù principali, in campo tirava fuori gomiti e cattiveria per farsi largo sotto canestro. Sopperiva così a una tecnica alquanto rudimentale nei fondamentali di gioco; tranne il tiro, quello no, era leggero, elegante, così come gli aveva insegnato Bovi, che fu un pioniere del tiro a una mano (magari cercando il rimbalzo del tabellone), quando ancora sembrava più istintivo scagliare il pallone con tutti e due i palmi.

Con Gassman in squadra (e con giocatori esperti come Lucentini, Bartoli, Ragnini, Varisco), la Parioli seppe scalare anche i gradini della Serie A: ottava nel ’39, quinta nel ’40, terza nel ’41, seconda nel ’42 alle spalle della Reyer Venezia, alla quale dovette cedere il passo anche nella stagione successiva, quella culminata con la partita finita a cazzotti, che vide la Parioli tornare un gradino più giù, terza dietro la Virtus Bologna. Lo scudetto restò un frutto proibito, ma il nome di Roma cestistica si era fatto onore; e anche quello di Mussolini, Bruno Mussolini, al quale venne intitolata la squadra dopo la sua tragica morte su un velivolo di guerra, nell’agosto del ’41.

Milano, primi anni ’50. Vittorio Gassman, già dedito al teatro, riceve nel suo camerino di attore la visita di alcuni giocatori della Olimpia Borletti, vincitrice di 5 scudetti consecutivi in quell’epoca. Alla sua destra, nell’ordine, Sergio Stefanini (ex avversario in campionato ed ex compagno con la Nazionale universitaria) e il grande Cesare Rubini; in basso a sinistra, l’attrice Anna Proclemer (da Basket: rassegna di pallacanestro, organo ufficiale della F.I.P )
Milano, primi anni ’50. Vittorio Gassman, già dedito al teatro, riceve nel suo camerino di attore la visita di alcuni giocatori della Olimpia Borletti, vincitrice di 5 scudetti consecutivi in quell’epoca. Alla sua destra, nell’ordine, Sergio Stefanini (ex avversario in campionato ed ex compagno con la Nazionale universitaria) e il grande Cesare Rubini; in basso a sinistra, l’attrice Anna Proclemer (da Basket: rassegna di pallacanestro, organo ufficiale della F.I.P )

Intanto su Gassman avevano puntato gli occhi anche i dirigenti federali. Nella Nazionale universitaria trovò porte spalancate, bastava la sua stazza (e la sua maniera, naturale, di irrompere sull’arena) a fargli guadagnare un posto da titolare. Memorabile una partita contro i pari grado dell’Ungheria (3 maggio 1942), vinta con un netto 34 a 17; entusiasmante la tournèe negli Stati Uniti, seppure i giocatori dei colleges – secondo quanto da lui stesso confessato – non fecero praticamente vedere palla agli avversari giunti da oltre oceano. Vittorio avrebbe trovato gloria anche nella Nazionale maggiore se non avesse avuto la sventura di emergere proprio negli anni in cui, a causa degli eventi bellici, era stata soppressa ogni manifestazione ufficiale; l’ultima edizione dei campionati europei si era disputata nel ’39, per la successiva bisognò attendere il ’46.

Molte cose sarebbero cessate con l’ultima apparizione di Gassman cestista. La nostra Penisola stava per diventare un campo di battaglia, e ben altro tipo di partite si  sarebbero disputate tra tedeschi, alleati, partigiani e fascisti. Il campionato venne sospeso per due stagioni; della squadra Parioli non si sentì più parlare… Avesse scelto di restare nel basket, l’aitante Vittorio, di inseguire un riscatto sul campo – e farglielo rimangiare per intero quel titolone al giornalista –, sarebbe rimasto comunque lontano dalla scena per un po’ di tempo. Il destino forse, più che la sua volontà, lo spinse a prendere la decisione che sappiamo. Lui non era nato per stare dietro le quinte. Neanche per un po’!

Nunzio Spina

Vedi anche:
Vittorio Tracuzzi, cuore da zingaro

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