La filosofia cestistica di Pippo Vittorio
«È il lavoro sul parquet che gratifica»

Il presidente dell’Elefantino torna ad allenare a 60 anni… Ecco la lunga lettera in cui dà una sua interpretazione della pallacanestro attuale, tra il poco spirito d’appartenenza, il prato che cresce a chiazze e la poca lungimiranza…

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Pippo Vittorio, classe 1954, è forse il volto più conosciuto del basket giovanile etneo negli ultimi vent’anni, l’unico che ha reclutato cestisti con continuità partendo dalla base, dalle scuole. Fino a vent’anni giocatore e allenatore all’Orsa, è stato rimesso in pista da Enzo Molino per la Grifone nel 1992, è stato il factotum della Grifone e l’anima della Gimar, poi ha lavorato per la Palmarès, la Rainbow e la Pall. Catania. Nel 2006 ha fondato L’Elefantino, di cui tutt’ora è presidente. Come dicono i suoi amici, «oggi è l’unico che a Catania vive di pallacanestro». Questa lettera che ha inviato a Basket Catanese è una sorta di spiegazione della sua filosofia della pallacanestro, nel momento in cui ha deciso di tornare in campo da allenatore.

Cari amici,

mi rimetto in campo , torno in modo attivo ad allenare nella mia società, L’Elefantino. Questa mia decisione viene dopo una lunga riflessione sulla situazione generale del nostro sport. Mi rendo conto che la situazione economica non ha fatto altro che accelerare la crisi che ci attanaglia, ma la cosa più grave è la mancanza di dirigenti veri, cioè di persone che prima delle loro convenienze personali mettano il bene del nostro sport e delle società a cui appartengono, cercando di non prevaricare sugli altri ma di confrontarsi fra loro.

Oggi non paga più la battaglia per l’accaparramento dei diritti sportivi sui ragazzini e ragazzine, perché un domani (tra non prima di una decina d’anni) si avranno degli introiti, grazie alla sciagurata (per com’è stata concepita) idea dei premi di incentivazione che tanti vedono come un modo per poter fare attività. Io mi rendo conto che su questa chimera tanti si illudono di poter fare attività in modo lucroso, ma purtroppo per loro deve essere il lavoro sul parquet a gratificarci e a far crescere i nostri vivai e a garantirci un presente e un futuro sereno.

Io in tanti anni di attività ho visto tante realtà nascere, crescere e morire nel giro di pochi anni grazie alla poca lungimiranza di persone, sicuramente perbene, ma che si sono fatti prendere la mano da promesse a loro fatte e non mantenute (vedi ipotetici sponsor futuri) e dal non rendersi conto che l’”io” non paga se non ci sono i mezzi. Anche in quest’ultimo caso bisogna sapersi circondare di persone che siano in grado di aiutare la crescita delle realtà che rappresentano e che lavorino per il bene comune, perché in questo caso si lavora in modo da far crescere tutto il movimento e quindi la realtà che si rappresenta.

Guardando il passato, mi rendo conto che la scellerata idea dell’acquisizione di atleti/e già in tenera età, sottratti alle società d’appartenenza, ha messo fine all’esistenza di tante realtà una volta sul territorio. Così non ci si rende conto che si strappano dalle loro realtà ragazzi e ragazze che potrebbero essere locomotive di traino e quindi di crescita per gruppi, magari non fortemente competitivi, ma che rappresenterebbero l’allargamento del nostro movimento.

Oggi, questa mania di mettere i o le migliori atleti/e in gruppi fortemente competitivi non fa altro che bruciare sul nascere dei probabili talenti in erba che hanno bisogno di forti motivazioni (sia loro, sia i genitori), a fronte di tempo e mezzi per affrontare sacrifici. Io credo che questo modo di operare crei dei falsi traguardi che poi con il passare degli anni portano all’abbandono di tanti ragazzi/e che potrebbero avere una vita sportiva serena e molto più lunga e che poi potrebbero diventare buoni atleti, buoni tifosi o (se hanno la fortuna di fare delle attività che diano buoni utili di essere) dei futuri sponsor.

Pippo Vittorio premiato alla festa della FIP Catania del 2012 da Sangiorgio (foto Chiara Borzì)
Pippo Vittorio premiato alla festa della FIP Catania del 2012 da Sangiorgio (foto Chiara Borzì)

Tornando alla mia riflessione di partenza, vi dico che per me chi ha talento lo farà sempre valere e che le qualità non si possono nascondere, la nostra azione deve cercare di creare un risveglio del movimento anche perché soprattutto nel campo femminile siamo all’anno zero. Anni fa si facevano a livello giovanili i campionati provinciali, oggi si fanno solo campionati regionali per l’esiguo numero di squadre partecipanti, a questo poi si aggiunga che ancora oggi quello che non riusciamo a capire è che non possiamo più continuare a massacrare le realtà più deboli o che avendo avviato da poco la loro attività non sono ancora competitive.

Questo ve lo dico io che ho vissuto tutte le sfaccettature di queste situazioni: ho subito sia punteggi vergognosi che vittorie strepitose, sia in campo maschile che femminile, ed ogni volta prima di una partita mi sentivo dire «Che fa vinciamo o perdiamo?» Si è perso il piacere di giocare, e quello che mi rendo conto sempre di più lo spirito di appartenenza, il piacere di stare con i propri compagni condividendo sconfitte e vittorie. Oggi vedo con dispiacere che esiste un egoismo esasperato nel cercare di far parte di gruppi ” vincenti” per poter dire «Io gioco con…» oppure «Noi vinciamo sempre o quasi». Poi magari si gioca poco o si vive fuori dal contesto. La cosa più brutta è che in età adolescenziale l cambiamenti fisici sono tali che chi era il migliore a 13 anni magari a 15 non gioca più e chi era “una schiappa” diventa un buon giocatore, o chi aveva buoni fondamentali ma era fisicamente acerbo veniva messo in secondo piano, per poi dopo una volta cresciuto essere importante.

Noi dobbiamo fare crescere il movimento cercando di incentivare le realtà locali che, facendo un paragone, dev’essere come un prato con crescita uniforme e non a chiazze. Inoltre lo stress degli spostamenti e la perdita di tempo per fare un allenamento è notevole, non considerando il dispendio economico per affrontare gli spostamenti da casa al campo di allenamento.

Non volendomi dilungare oltre, vi dico che bisogna lavorare sui propri tesserati e non cercare come qualcuno fa di pescare in modo poco etico e sportivo nelle realtà altrui, così da avere senza nessun merito e investimenti, gruppi chiavi in mano, o di far morire delle realtà più piccole togliendo precocemente dei mini atleti dal loro contesto socio sportivo. Con questo vi confermo che ricomincio a 60 anni.

 Giuseppe Vittorio

1 Commento

  1. Pippo ti conosco da tanti anni sei un grande e lo sei di più a 60 anni tu rappresenti la pallacanestro a Catania la pallacanestro quella sana e genuina fatta con passione e sacrifici un abbraccio.

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