Vittorio: «Il segreto è sentirsi parte di un progetto»

La lettera del presidente dell’ASD L’Elefantino: «Rimbocchiamoci le maniche e non giochiamo a fregare gli altri»… «Chi è portato fa il campione, gli altri si sentano parte di noi»… «Siamo finiti in basso per le “non politiche” gestionali delle società»…

Pippo Vittorio premiato alla festa della FIP Catania del 2012 da Sangiorgio (foto Chiara Borzì)
Pippo Vittorio premiato alla festa della FIP Catania del 2012 da Sangiorgio (foto Chiara Borzì)

«Non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te». Sembra la solita frase fatta ma oggi è più che mai attuale. Se vogliamo che la pallacanestro riprenda slancio ci dobbiamo rimboccare le maniche e comportarci da veri dirigenti che vogliono il bene comune e non solo quello immediato delle nostre associazioni. Noi stiamo impoverendo il nostro sport con la spasmodica ricerca di risultati a tutti i costi e non vediamo che con questo atteggiamento stiamo facendo in modo da allontanare dalla pratica attiva tanti ragazzi e ragazze.

Magari questi ragazzi non diventeranno dei campioni, ma potrebbero diventare dirigenti, arbitri, sponsor, semplicemente tifosi o soltanto amanti del nostro sport. Purtroppo tanti hanno perso di vista lo scopo primario di qualsiasi associazione, cioè avere degli associati che con la loro partecipazione alle varie attività possano creare un movimento di base che aumenti il numero dei praticanti e non solo atleti di vertice.

Io sono da sempre convinto che il campione non lo facciamo noi, perché le qualità per diventare qualcuno ognuno di noi le ha in sé, l’allenatore non fa altro che affinarle, esaltarle ma sicuramente se uno non è portato non ci sono esercizi che possono farlo diventerà un campione, ma potrà sempre essere uno di noi, che possa gioire o soffrire con noi per le vittorie o per le sconfitte.

Uno dei mali che hanno accellerato l’egoismo dei vari dirigenti è stato l’introduzione in modo, secondo me non proprio perfetto, dei premi di incentivazione, che invece di essere uno stimolo nel cercare di farci crescere ha spesso e volentieri fatto in modo che si facesse (come si dice da noi) una gara a “futti u cumpagnu”, cioè a cercare in tutti i modi di accaparrarci atleti anche non nostri perché cosi poi prenderemo questi premi. Ma quanti arriveranno a categorie di vertice per far sì che le società prendano questi premi?

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Come siamo caduti in basso e ancora non ci si rende conto che arriveremo ancora più in basso con le politiche, anzi le non politiche, gestionali delle varie società che hanno un minimo di capacità economica in questo periodo di crisi. Mi riferisco a quei presidenti e dirigenti che continuano a credere che ottenere dei risultati immediati li salvi dallo scomparire dalla scena dei campionati e di conseguenza dalla attività cestistica territoriale. Non vogliono ancora capire che avere una vetrina non vuol dire avere alle spalle un numero adeguato di iscritti o iscritte. Per questo ci vogliono anni di sacrifici e di persone che facciano il lavoro nell’ombra per costruire settori giovanili in grado di dare nel tempo i frutti sperati (quantità e qualità), che possano consolidare una società e portarla avanti nel tempo. Non si rendono conto che uno dei segreti è il piacere di sentirsi parte di un progetto e di un fine sportivo che li leghi alla loro società in qualsiasi veste se ne faccia parte.

Sì, perché non devo per forza essere un campione per essere orgoglioso di appartenere ad una società, perché le squadre non sono formate da solo campioni belli, alti e biondi, ma anche da ragazze e ragazzi normalissimi che vogliono condividere con altri la passione che li lega a questo sport e che per loro l’importante è farne parte.

Giuseppe Vittorio
presidente dell’ASD L’Elefantino

Vedi anche:
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La filosofia cestistica di Pippo Vittorio: «È il lavoro sul parquet che gratifica»

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