Europei di basket: Wrocław 1963
Italia sfortunata, sempre più giù

Il peggior risultato fino a quel momento… Troppe assenze… L’esperienza di Mondiali e Giochi del Mediterraneo… L’mvp Rodríguez…

I cestisti azzurri, schierati prima dell’incontro col Belgio che ci costò la qualificazione alle semifinali. Da sinistra: Vittori (capitano), Rossi, Masini, Albanese, Bufalini, Velluti, Barlucchi, Zuccheri, Vatteroni, Pellanera, Frigerio, Cosmelli

Più triste e sfortunato non poteva essere il ritorno degli azzurri sulla scena dell’Eurobasket. Dopo il forfait di due anni prima a Belgrado, e in vista delle Olimpiadi di Tokyo, la Nazionale sembrava lanciata verso la riconquista di posizioni di prestigio. Arrivò invece, nella edizione numero tredici disputata in Polonia, città di Breslavia (Wrocław in lingua autoctona), un inatteso dodicesimo posto, che fissava a un livello più basso il record negativo, dopo i già deludenti decimi posti delle ultime due partecipazioni. Niente da fare. La più importante manifestazione continentale sembrava essere diventata una maledizione!

Toccava ancora al tecnico Nello Paratore ingoiare il boccone amaro; proprio lui che, con l’exploit alle Olimpiadi di Roma, aveva per la prima volta portato il nostro basket alla ribalta internazionale. Un apparente paradosso, dietro il quale si nascondevano difficoltà di rapporti con i vertici federali, e soprattutto tra questi ultimi e le società. Per cui accadeva che per una manifestazione olimpica, per di più giocata in casa, veniva messo tutto a disposizione; per le altre si faceva fatica a organizzare raduni o tornei di preparazione, anche perché spesso la risposta alle convocazioni si limitava a un telegramma con la scritta “indisponibile”. Storia vecchia, un impaccio dal quale non ci si riusciva a liberare.

Immagine di una panchina sconsolata! Sono le fasi finali dell’ultima partita dell’Italia, persa con la Romania. Da sinistra, Masini, Frigerio, Velluti, Rossi, Albanese, Barlucchi.

Gli Europei in Polonia, disputati in pieno autunno (nel mese di ottobre), facevano seguito alla prima partecipazione azzurra ai Campionati Mondiali, a Rio de Janeiro, e ai primi Giochi del Mediterraneo ospitati in Italia, a Napoli in settembre. Un percorso fino allora confortante, perché era venuto fuori rispettivamente un settimo posto (niente male per un debutto intercontinentale dall’altra parte del mondo) e una medaglia d’oro, che faceva sempre morale, pur nei limiti geografici della competizione. Intanto, gli “eroi” di Roma avevano trovato dei validi rincalzi: tra gli esterni, Guido Carlo Gatti, Franco Bertini, Nino Cescutti, Corrado Pellanera, Massimo Cosmelli; tra i pivot, Vittorio Dal Pozzo, Massimo Masini e Sauro Bufalini. Il loro graduale inserimento nella intelaiatura della squadra aveva permesso di mantenersi a livelli competitivi.

Il problema per Paratore fu che in Polonia poté disporre soltanto di quattro dei giocatori appena citati (Masini, Bufalini, Pellanera e Cosmelli), mentre dovette rinunciare anche ai veterani Pieri, Vianello, Giomo, Gavagnin e Lombardi. Erano presenti solo Vittori e Velluti della vecchia guardia; per il resto un nugolo di giovanissimi, praticamente al loro debutto assoluto, che rispondevano ai nomi di Santo Rossi, Stefano Albanese, Alfredo Barlucchi, Ettore Zuccheri, Valerio Vatteroni e Antonio Frigerio. Eppure, con una formazione così rimaneggiata, ci fu di che imprecare alla sfortuna.

Emiliano Rodriguez in una sua tipica entrata. É stato il primo cestista spagnolo ad aggiudicarsi il premio come miglior giocatore dell’Europeo (a Wrocław ’63) e come miglior marcatore (nell’edizione successiva).

La formula era cambiata per l’ennesima volta (ma questa era destinata a durare), e tra l’altro fu la prima edizione nella quale veniva sospesa la libera partecipazione. Due soli gironi di qualificazione, ognuno di otto squadre; tutte si incontravano tra loro, le prime due accedevano in semifinale, terze e quarte al girone per assegnare i posti dal 5° all’8°, e così via.

L’esordio degli azzurri fu quanto mai entusiasmante e promettente: venne battuta l’Ungheria (74 a 71) dopo ben tre supplementari, una evenienza insolita per quei tempi. Non si può dire che mancasse il carattere ai giovani di Paratore! Dopo un’altra vittoria, con l’Olanda (73 a 60), arrivò la prima prevedibile battuta d’arresto, contro la Jugoslavia, ormai entrata di diritto nel novero delle grandi, per avere conquistato l’argento sia ai precedenti Europei che ai recenti Mondiali; la sconfitta comunque fu di misura (71 a 69), al termine di una partita giocata a sera inoltrata. Il mattino dopo, di buon’ora, toccò tornare in campo – con tanta rabbia e poca forza nelle gambe – per incontrare il Belgio, che ci fece un bello scherzetto battendoci di un solo punto (77 a 76), e là si infranse ogni speranza. La terza sconfitta del girone, con la Bulgaria, e le vittorie con Israele e Turchia risultarono praticamente ininfluenti. Sarebbe bastato pochissimo, battere il Belgio per esempio, per andare in semifinale e assicurarsi almeno il quarto posto. Arrivò invece il dodicesimo; perché si sa come vanno a finire certe cose: se il morale va giù si crolla, ed ecco che Cecoslovacchia e Romania, nel girone finale, ci tolsero ogni possibile consolazione.

Una fase di URSS-Francia (77-59). Col n° 9 il due e venti sovietico Krumins; conquista il rimbalzo il due e diciotto Lefebvre.

Chi non ebbe bisogno di alcun conforto fu ancora una volta l’URSS, con la solita passerella di tutte vittorie. Nella squadra di Gomelsky svettavano ancora i giganti, come Krumins e Vol’nov, ma oltre ai centimetri e ai muscoli c’era sempre più tecnica di gioco. Imbattuti da quattro edizioni, sarebbe passato ancora del tempo prima che i sovietici trovassero avversari in grado di impensierirli.

La Polonia fece l’impresa che spesso riusciva ai padroni di casa: quella di conquistare l’argento, così come era successo alla Bulgaria a Sofia o alla stessa Jugoslavia a Belgrado, tanto per citare le edizioni più recenti. Due sole sconfitte, entrambe contro l’URSS: onorevole in qualificazione (64 a 54), un po’ più pesante nella finalissima per l’oro (61 a 45). Il sostegno del pubblico di Wrocław, e forse anche qualche altro tipo di aiuto, erano evidentemente determinanti per raggiungere certi risultati. Però non si rivelò una semplice fiammata, perché sul podio, la Polonia, ci sarebbe rimasta ancora per qualche anno.

Cerimonia d’apertura, tutte le squadre schierate in campo. La prima bandiera sul lato destro è quella dell’Italia: la sostiene il capitano Paolo Vittori.

Una buona conferma venne dalla Jugoslavia, che oltre al solito Korac (per la terza volta consecutiva capocannoniere), mise in vetrina il pivot Trajko Rajkovic, accolto poi da protagonista nel campionato italiano, dove avrebbe indossato le maglie di Livorno e Venezia. Imbattuta nel girone di qualificazione (il successo con lo scarto minore fu proprio quello con l’Italia), la Jugoslavia dovette fare i conti con l’ardore della Polonia in semifinale, cedendo in maniera abbastanza netta (83 a 72). Nello spareggio per il bronzo si sbarazzò poi facilmente dell’avversaria di turno, che era quell’Ungheria che noi avevamo battuto nella partita inaugurale. Che rabbia!

Intanto il livello generale di gioco tendeva ad alzarsi e il gruppo delle squadre in grado di competere si allargava sempre più. In questo novero cominciava a entrare la Spagna. Che si qualificò settima (alle spalle di Bulgaria e Germania Est), e che si fregiò per la prima volta del titolo di MVP, assegnato al suo Emiliano Rodriguez, ala piccola del Real Madrid, club col quale il giocatore avrebbe vinto ben quattro volte la Coppa dei Campioni negli anni sessanta.

Nunzio Spina

Belgrado 1961 – Mosca 1965
Il ricordo di Paolo Vittori e Stefano Albanese

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