Europei di basket: Napoli 1969
Esordio di Primo al calore del Sud

 

L’aria di casa non basta… Il commiato di Paratore… Un certo cambiamento… Il primo stop dell’Urss, dopo anni… Fuori dalla semifinale per un punto…

Giancarlo Primo inizia a Napoli il suo ciclo sulla panchina della Nazionale.

La prima volta di un “Europeo” in Italia non poteva capitare in una sede più calda. Non era solo questione di condizioni meteo e di clima umano; Napoli, in quegli anni, ardeva anche di passione cestistica, dietro le prodezze di una squadra, la Partenope, improvvisamente lanciata alla ribalta del basket nazionale. Nelle ultime due stagioni si era aggiudicata una Coppa Italia, più un secondo e un terzo posto in campionato, facendo da incomodo (e sottraendo anche qualcosa) alla corazzata triade lombarda “Cantù-Varese-Milano”.

Il miracolo si era compiuto grazie soprattutto allo slancio imprenditoriale dell’ingegnere Giovanni Borghi, che pur di allargare gli orizzonti dei suoi frigoriferi aveva deciso di creare una Ignis Sud, e di trasferirvi addirittura – noncurante della possibile concorrenza sportiva – un bel gruppo di giocatori dalla sua Ignis Varese (Gavagnin, Vittori, Bufalini, Flaborea, Maggetti), tutti con un passato in azzurro e ancora lontani dal viale del tramonto. Poteva anche finire diversamente, però, se a condividere il progetto non ci fosse stato, ai piedi del Vesuvio, un presidente entusiasta e dinamico come Amedeo Salerno. Non a caso fu proprio lui ad assumersi il compito di organizzare la manifestazione continentale; certe scommesse sapeva come vincerle!

Dando un occhio alla cabala, e armandosi di un po’ di ottimismo, si sarebbe potuto scommettere anche su una medaglia degli azzurri, oltre che sulla riuscita dell’evento in generale. Era diventata quasi una tradizione, infatti, che il paese ospitante vedesse la propria squadra realizzare degli autentici exploit, così com’era successo, per esempio, con l’oro dell’Ungheria a Budapest, oppure con l’argento della Bulgaria a Sofia e della Polonia a Wroclaw. Non arrivò neanche un bronzo, invece; e il sesto posto finale fece capire chiaramente che per puntare in alto la semplice aria di casa non poteva ancora bastare.

Gli azzurri di scena all’Europeo di Napoli. In piedi da sinistra, Bisson, Masini, Zanatta, Bovone, Meneghin, Bariviera; in basso, Bergonzoni, Ossola, Iessi, Cosmelli, Recalcati, Brumatti.

Del resto, proprio a Napoli la Nazionale italiana dava ufficialmente avvio a un nuovo ciclo, con tutto l’entusiasmo ma anche con tutte le incognite che il momento comportava. La delusione di Città del Messico dell’anno prima – un ottavo posto che sfatava anche la nomea di squadra da Olimpiadi – aveva infatti portato all’esonero del prof. Nello Paratore, dopo undici anni di onorato e produttivo lavoro. Al suo posto era stato avanzato il vice Giancarlo Primo, una presenza praticamente costante nel clan azzurro, fin da quando aveva vestito la maglia da giocatore, partecipando tra l’altro agli Europei del ’47 e del ’51. Non c’era stata una rivoluzione, data la vicinanza tra i due allenatori, ma un certo cambiamento sì, di gioco e di uomini. Eccessivo pretendere che arrivassero subito i risultati.

Erano rimasti in cinque i reduci di Città del Messico: Cosmelli, Masini, Jessi, Recalcati e Bovone. Alcuni dei nuovi li aveva in realtà già lanciati Paratore, come i due giocatori dell’Ignis Varese, il play Aldo Ossola (che aveva partecipato ai Giochi del Mediterraneo del ’67 a Tunisi) e il pivot Dino Meneghin (esordio in prima squadra già a 16 anni, nel ’66, in una tournèe amichevole all’estero). Il nuovo assoluto era rappresentato da: Pino Brumatti (guardia tiratrice del Simmenthal Milano), Renzo Bariviera (ala del Petrarca Padova, pronto ad approdare a Milano), Marino Zanatta (ala della seconda squadra milanese, All’Onestà, con un glorioso futuro a Varese), Ivan Bisson (esterno della Snaidero Udine, anche lui in procinto di trasferirsi a Varese), Paolo Bergonzoni (play della Fortitudo Bologna). Squadra notevolmente ringiovanita, alla quale Primo chiedeva maggiore velocità e contropiede, e soprattutto maggiore attenzione nella fase difensiva, accorgimento quest’ultimo di cui avrebbe fatto addirittura una sua precisa filosofia.

 

L’Italia fu inserita in un girone di qualificazione che aveva in Cecoslovacchia e Polonia (rispettivamente argento e bronzo nell’ultima edizione) le avversarie più temibili; ma non erano da sottovalutare le altre, Spagna, Romania e Israele. Solo sei squadre per ognuno dei due gironi; questa la novità di una formula che, per il resto, rimaneva invariata: le prime due alle semifinali, le altre a cercare la miglior consolazione nei posti dal 5° in poi. Nell’altro girone, quello che si disputò a Caserta (città che cominciava a palpitare per il basket), figuravano gli squadroni URSS e Jugoslavia, e poi Bulgaria, Ungheria, Grecia e Svezia.

Una fase della sfortunata partita con la Cecoslovacchia, persa di un punto. Impegnati in difesa, da sinistra, Meneghin, Masini, Zanatta e Cosmelli.

E qui fu registrata la prima grande sorpresa: la perdita della imbattibilità dell’URSS che durava da più di dodici anni (l’ultima sconfitta agli Europei l’aveva subita il 18 giugno del ’55 con l’Ungheria, a Budapest). A superarla fu la Jugoslavia (73 a 61), che si classificò prima del girone; ma quando si incontrarono nuovamente, nella finalissima per il primo posto, furono i sovietici ad avere la meglio (81 a 72), e a portare a casa il settimo oro consecutivo. Miglior giocatore del torneo, non a caso, Sergej Belov, già messosi in luce a Helsinki e destinato a essere inserito nel miglior quintetto ancora per quattro edizioni; di lui si diceva che era un “americano” nato per caso in Russia! Nella Jugoslavia, invece, a farsi notare furono gli spigoli del lungo e ossuto pivot di 2 e 09, Kresimir Cosic.

 

Aveva cominciato bene la nazionale azzurra. Successo con la Spagna (+12, con i tiri di Recalcati e i rimbalzi di Meneghin). Con uguale scarto veniva regolata la Romania. Poi la prima delle due partite sventurate: sconfitta con la Polonia di un punto, in una partita imbrigliata dalle difese. Riscatto facile con Israele, ma poi capitò la Cecoslovacchia, e ancora una volta fu un solo punto (62 a 63) a negarci la vittoria, e con questa anche la qualificazione in semifinale (la Cecoslovacchia andò poi a prendere il bronzo, battendo la stessa Polonia in finale per due punti). Sfortuna? Diciamo che c’erano buoni motivi per imprecare.

Addio medaglia e sogni di gloria. Ci si consolò appena con la vittoria netta sull’Ungheria (78 a 60), poi nell’ultima partita, che valeva il quinto posto, subentrò lo scoramento per il prestigioso traguardo mancato e regalammo praticamente il successo alla Spagna, che avevamo già battuto in qualificazione (66 a 71, nonostante i 16 punti di Masini e i 14 di Cosmelli). Poteva andar meglio, ma agli azzurri vennero comunque tributati gli applausi del pubblico di casa. Il calore partenopeo non era bastato per l’impresa-medaglia, ma si ebbe netta la sensazione che quella squadra avrebbe potuto volare più su!

 

Nunzio Spina

Helsinki 1967Essen 1971
I ricordi di Massimo Cosmelli e Aldo Ossola

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