Europei di basket: Napoli 1969
Il ricordo di… Aldo Ossola

Campione di longevità, in campo fino a 64 anni… La paura di volare… Il ricordo di Sergej Belov… 

Un giovanissimo Aldo Ossola, quando militava con la Prealpi, la seconda squadra di Varese.

Aldo Ossola è nato a Varese, il 13 marzo del 1945, e nella città natale iniziò a giocare a basket, già all’età di 10 anni; fece la trafila delle giovanili con la Robur et Fides, poi sponsorizzata Prealpi. Esordì nella massima serie con la seconda squadra di Milano, All’Onestà, ma a 23 anni fece rientro a Varese, e con le maglie di tre diversi sponsor (Ignis, Mobilgirgi ed Emerson) fece man bassa di titoli: sette scudetti, cinque Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, due Coppe Intercontinentali. Otto anni di militanza con la maglia azzurra, con la partecipazione agli Europei del ’69 a Napoli. Playmaker di 1,92, la sua regia in campo aveva l’eleganza di una direzione d’orchestra, ciò che gli è valso l’appellativo di von Karajan. Esempio di longevità, ha continuato a calcare i parquet fino all’età di 64 anni.

L’Europeo di Napoli fu per me, praticamente, l’unica grande manifestazione alla quale presi parte con la maglia della Nazionale, dopo che Paratore mi aveva fatto esordire addirittura quattro anni prima, in una amichevole nella mia Varese, e dopo essere poi stato costretto a diverse rinunce a causa della mia indomabile paura di viaggiare in aereo. In un certo senso, quindi, facevo parte anch’io del nuovo corso avviato da Giancarlo Primo. Giocavamo in casa, il pubblico del Palasport di Fuorigrotta ci sostenne in maniera meravigliosa, ma la grande occasione di conquistare una medaglia ci sfuggì letteralmente di mano…”.

Ossola con la maglia della Nazionale (bianca per l’occasione), impegnato in un’azione d’attacco.

“Il nuovo allenatore ci aveva già inculcato la sua mentalità difensiva: e infatti, se non ricordo male, non abbiamo concesso più di una sessantina di punti ad alcun avversario nel girone di qualificazione (massimo 66 a Israele, n.d.r.). Il problema fu che ne concedemmo appena uno in più di quelli segnati da noi sia alla Polonia che alla Cecoslovacchia, due autentici squadroni allora… Che peccato, sarebbe bastato vincere almeno con una delle due per andare in semifinale e sognare ancora…”.

“Di quello che fu il mio rendimento in quel torneo, francamente, non so cosa dire. Sapete bene che ho sempre giocato al servizio della squadra, e quindi ciò che contava per me era il risultato finale e nient’altro… Credo di avere fatto la mia parte, ma non nascondo di avere lasciato Napoli con la coda tra le gambe, come tutti i miei compagni del resto…”.

“Il giocatore che più mi ha impressionato quella volta è stato Sergej Belov, anche se non abbiamo incrociato l’Unione Sovietica sul campo; bastava guardarlo dalla tribuna, aveva una classe davvero superiore! Ammirevoli anche il polacco Jurkiewicz e i cecoslovacchi Zidek e Zednicek: con loro sì che abbiamo dovuto fare i conti in campo…”.

a cura di

Nunzio Spina

 

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