Europei di basket: Essen 1971
Il ricordo di… Dino Meneghin

«Una gioia particolare»… «Le inattaccabili formazioni dell’Est»… «Le esultanze di Ottorino Flaborea»…

Dino Meneghin detiene il record di otto campionati europei in azzurro (da Conoscere il basket).


Dino Meneghin è nato ad Alano di Piave, in provincia di Belluno, il 18 gennaio del 1950. Trasferitosi con la famiglia a Varese, cominciò qui a giocare a basket, avendo come suo primo allenatore Nico Messina, che lo fece maturare innanzitutto dal punto di vista atletico. La tecnica la affinò con Gianni Asti, prima, e con Vittorio Tracuzzi, poi, che lo fece esordire in prima squadra, nell’Ignis, all’età di 16 anni. Da allora una serie quasi ininterrotta di successi e di titoli, ottenuti sia nelle quindici stagioni varesine che nelle successive nove con la maglia dell’Olimpia Milano: in totale, 12 scudetti, 7 Coppe dei Campioni, 4 Coppe Intercontinentali, 1 coppa Korac, 2 Coppe delle Coppe, 6 Coppe Italia. Considerato titolare inamovibile e autentico trascinatore dai vari allenatori che ha trovato lungo la strada, con i suoi 204 cm di altezza e un fisico poderoso Meneghin è stato un grande interprete del ruolo di pivot/centro, il migliore giocatore europeo di tutti i tempi secondo un sondaggio di esperti. La sua carriera in campionato fu talmente lunga (fino a 44 anni, con tre stagioni a Trieste) da ritrovarsi come avversario il figlio sedicenne Andrea, nell’autunno del ’90. In Nazionale lo aveva fatto esordire il prof. Paratore, anche qui a 16 anni, in una amichevole ad Augsburg, contro la Germania Ovest, il 14 settembre del ’66. Diventò titolare, però, soltanto con Giancarlo Primo, e dall’Europeo di Napoli del ’69 la maglia azzurra gli restò incollata per ben quindici anni, senza mai una rinuncia: 8 Europei (un record assoluto tra i cestisti italiani), 4 Olimpiadi, 2 Mondiali, che gli hanno valso il secondo posto sia nel totale delle presenze (271, dopo Pierluigi Marzorati) che dei punti realizzati (2947, dopo Antonello Riva).

“Avevo già provato due volte il piacere del podio europeo, conquistando il bronzo con la rappresentativa juniores sia nel ’66 a Porto San Giorgio che nel ’68 a Vigo; ma questo di Essen nel ’71, con la Nazionale maggiore, mi procurò ovviamente una gioia e un’emozione davvero particolari… Eppure, mi resi perfettamente conto della grande impresa che avevamo compiuto solo dopo aver visto la reazione incontenibile di esultanza da parte di Flabo (Ottorino Flaborea, ndr)… Ricordo anch’io la scena della sua appropriazione indebita del tricolore, e aggiungo un particolare divertente: nell’euforia del momento, l’asta della bandiera gli si impigliò sotto un canestro, e non c’era verso di liberarla, tanto che la sfilata delle squadre restò bloccata per un po’, tra l’imbarazzo e le risate generali… Poi, non ancora sazio, Flabo per tutta la nottata continuò a entrare nelle nostre camere, per invitarci a festeggiare…”

Meneghin cerca di contendere un rimbalzo al fuoriclasse jugoslavo Kresimir Cosic, nella partita di qualificazione a Boblingen.

“In quell’Europeo in Germania, finalmente, riuscimmo a imporci su qualche formazione dell’Est, che spesso era stata la nostra bestia nera. Per esempio la Bulgaria, che aveva un pivot fantastico come Atanas Golomeev, molto tecnico, un avversario davvero temibile (contro cui però Meneghin mise a segno 20 punti, concedendogliene solo 19, n.d.r.); o anche la Cecoslovacchia, che aveva i soliti Zidek e Zednicek… E poi la Polonia, nella finale per la medaglia di bronzo: lì credo che abbiamo fatto la nostra migliore partita, addirittura una ventina di punti di vantaggio, imponendo il gioco di squadra, così come piaceva al nostro coach Primo (ben finalizzato dai punti di Bariviera, 28, e dello stesso Meneghin, 21, n.d.r.)

“Le formazioni dell’Est inattaccabili restavano ancora l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, che ci hanno procurato le due sole sconfitte del torneo. Siamo riusciti a lottare un po’ di più contro gli slavi, ma con quel Cosic in campo non c’era nulla da fare! Lui era il mio idolo, un modello da imitare sia come giocatore che come uomo, soprattutto per la sua umiltà; tra l’altro in quel torneo era reduce dalla sua iniziale esperienza di college statunitense nell’università di Brigham Young, nell’Utah, e per me che lo avevo già conosciuto come avversario nei tornei juniores, sembrava davvero un giocatore trasformato, ancora più forte di prima…”.

 

a cura di

Nunzio Spina

 

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