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Europei di basket: Praga 1981
Gamba e novità, ma ancora quinti!

Dopo l’argento di Mosca, ancora una delusione… Una formula che aiuta gli Azzurri… Le mani tremano dalla lunetta contro la Spagna…

Il logo dell’Europeo di Praga 1981 (la sigla CSSR è l’acronimo di Repubblica Socialista Ceco-slovacca).

 

L’argento olimpico di Mosca, conquistato l’anno prima grazie a un felice incontro di eventi favorevoli, stava ancora sulle spalle della Nazionale azzurra, fardello troppo pesante da portare. E infatti ne rimase schiacciata! Se qualcuno si era illuso che il basket italiano, una volta proiettato al vertice mondiale, avesse trovato la forza e l’eccitazione giuste per rimanervi stabilmente, dovette ricredersi subito. L’Europeo di Praga ’81 ci risistemò là dove ci avevano lasciato le precedenti due edizioni, cioè appena fuori dal podio, un posto in cui era più facile recriminare che accontentarsi.

La manifestazione tornava nella capitale cecoslovacca (dove comunque stavolta si disputò solo la fase finale) a distanza di più di trent’anni. C’era stata nel ’47, l’anno in cui aveva fatto irruzione sulla scena lo squadrone dell’URSS, che cominciò proprio allora la sua lunga serie di trionfi, sconfiggendo nettamente in finale i padroni di casa. Altri tempi e altro basket! Ma in fondo, certe gerarchie erano rimaste immutate. L’URSS era ancora là, a puntare decisa verso l’oro, riconquistato nella precedente edizione di Torino. Mentre le ambizioni di podio della Cecoslovacchia continuavano a essere legittime, a parte il vantaggio del fattore campo. Se mai era la Jugoslavia, che a Praga ’47 aveva fatto il suo timido debutto, ad avere caratterizzato una nuova era. Mentre Spagna e Italia ci provavano da tempo a dare una loro impronta.

Il debuttante Dino Boselli al tiro: il play, militante fino allora nell’Olimpia Milano (come il gemello Franco, guardia), è risultato uno dei più postivi (da Giganti del basket, n° 7, 1981).

La formula non aveva un attimo di pace. Cambiava continuamente, alla ricerca disperata di un regolamento che potesse coniugare al meglio lo spettacolo e il rispetto dei valori in campo. E allora, inventiamone un’altra (quarta variazione delle ultime quattro edizioni)! Non tre, ma due gironi di qualificazione da sei, come a Liegi ’77; poi un girone all’italiana a sei, al termine del quale prima e seconda avrebbero spareggiato per l’oro, terza e quarta per il bronzo.

Provvidenziale per gli azzurri, questa novità nella formula. Inseriti in un girone di qualificazione con URSS e Jugoslavia, era facile prevedere che di posti a disposizione ne sarebbe rimasto solo uno. E così infatti avvenne. Si giocava ad Havirov, modernissima città della regione Moravia-Slesia. Prendemmo 11 punti di scarto dalla Jugoslavia, all’esordio; l’Unione Sovietica, che avevamo battuto in casa loro alle Olimpiadi di Mosca, ce ne rifilò addirittura 30. Poco male. I successi con Turchia, Germania Ovest e Polonia ci permisero di andare con i primi sei a Praga, e di conservare anche qualche piccolo sogno di medaglia.

Domenico Zampolini si esibisce nel suo classico tiro in sospensione nella partita contro la Spagna; segue l’azione Marzorati (da Giganti del basket, n° 7, 1981).

Era il debutto “europeo” di Sandro Gamba come primo allenatore. A Mosca aveva fatto il botto, e sembrava avere imposto una nuova fisionomia, sia alla squadra che al gioco. Intanto, si era avvalso dell’inserimento di un oriundo (il terzo nella storia della Nazionale, dopo Mike Pelliccia ed Enrico De Carli): si chiamava Mike Sylvester, veniva da Cincinnati, già dal ’74 aveva fatto vedere a Milano le sue grandi qualità di tiratore, e notevole era stato il suo contributo per la conquista dell’argento a Mosca; in Cecoslovacchia, invece, si sentì come un pesce fuor d’acqua, e si chiuse così la sua breve avventura azzurra. Un altro nuovo lanciato da Gamba alle Olimpiadi, e atteso a una conferma, era Pietro Generali, un 2 e 07 in grado di adattarsi a vari ruoli, sotto e lontano dal canestro. Risultò protagonista nella vittoria con la Polonia che ci fece guadagnare la qualificazione, ma il suo bilancio totale fu pari a quello di tutta la squadra, cioè mediocre.

Erano usciti di scena Carraro, Bertolotti, Serafini; assenti Caglieris e Bonamico, che sarebbero rientrati più avanti. C’erano ancora Meneghin e Marzorati (che aveva saltato l’edizione di Torino); e con loro Villalta, Brunamonti, Gilardi, Zampolini, Ferracini e Vecchiato. Sufficienti le prove di Meneghin, Ferracini, e Gilardi, ma comunque tutti giocarono al di sotto delle loro possibilità, sicuramente provati dalle fatiche del campionato appena concluso, visto che il torneo ebbe inizio addirittura il 26 maggio. Le prove più incoraggianti, forse, le fornirono i due debuttanti: Dino Boselli, che assieme al gemello Franco si era messo in luce a Milano nel ruolo di guardia, e Ario Costa, ventenne pivot di 2 e 10, che faceva già intravedere le sue doti di rimbalzista.

In una maniera o nell’altra, dunque, la pattuglia di Sandro Gamba era riuscita ad approdare nel girone finale di Praga. Qui però trovò la furia della squadra di casa e ne restò stordita: 100 a 83 per la Cecoslovacchia, con 39 punti del vecchio Brabenec. Stordita al punto da fallire, nella partita decisiva con la Spagna, una serie incredibile di tiri liberi, con una percentuale inferiore al quaranta per cento: sarebbe bastato centrarne uno o due in più in una partita persa 87 a 86… La vittoria con Israele, quanto meno, ci assegnò il quinto posto. Se era stato considerato deludente quello di due anni prima a Torino, figuriamoci questo, arrivato ad appena un anno di distanza dall’argento olimpico!

Valdis Valters, nuovo asso sovietico, premiato come miglior play-maker della manifestazione (da Giganti del basket, n° 7, 1981).

La parte del leone la fece l’URSS, che vinse l’oro come ai vecchi tempi. Nessuna sconfitta, scarti pesanti agli avversari, compreso quello nella finalissima con la solita Jugoslavia (84 a 67). Dopo l’abbandono di Sergej Belov, Gomelsky aveva trovato in Valdis Valters, play lettone, un erede più che degno. Gli altri non erano da meno: Myskin, Bjelostjennyi, Jovaisha, Lopatov, il solito gigante Tkacenko.

La Jugoslavia presentava un nuovo coach, Bogdan Tanjevic (di cui in Italia si sarebbe tanto sentito parlare) e qualche giovane emergente accanto ai veterani Cosic, Dalipagic e Kikanovic, quest’ultimo eletto MVP.

Nella finale per il bronzo ebbe la meglio la squadra di casa (101 a 90), che riuscì così a ribaltare nei confronti della Spagna la sconfitta di 3 punti subìta nel girone eliminatorio di Bratislava. Qui però la stella che brillò di più si vide dalla parte degli sconfitti: era Fernando Martin, diciannove anni, ala grande di 2 e 07; sarebbe diventato un’icona del basket iberico.

 

 

Nunzio Spina

Torino 1979Nantes 1983
I ricordi di Enrico Gilardi, Ario Costa e Sandro Gamba

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