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Europei di basket: Stoccarda 1985
Un bronzo per l’arrivederci a Gamba

Un grande momento per il basket italiano… Senza Meneghin e Riva, ma con una squadra vincente… La semifinale contro i sovietici…

La Nazionale che ha conquistato il bronzo all’Europeo di Stoccarda ’85. In piedi da sinistra: coach Gamba, Villalta, Magnifico, Vecchiato, Binelli, Costa, Bosa, il vice allenatore Sales; in ginocchio, il massaggiatore Galleani, Gilardi, Premier, Savio, Marzorati, Sacchetti, Brunamonti (da Museo del basket Milano).

Eravamo campioni in carica. Non si poteva far finta di nulla. Il sorprendente oro di Nantes ’83 avrebbe anche potuto esaltarci, da un lato; dall’altro, però, ci procurava una sorta di apprensione. Sapevamo che era praticamente impossibile ripetere a distanza di soli due anni l’impresa dell’ultimo campionato europeo; ma il vero timore era quello di ricadere subito giù, nelle posizioni ai piedi del podio, in quella terra dei rimpianti dove – nostro malgrado – ci era spesso toccato accomodarci negli ultimi tempi. Ecco perché la medaglia di bronzo, conquistata al termine di una finale vinta ancora una volta contro la Spagna, ebbe il sapore di un altro autentico trionfo. Il basket italiano stava vivendo un grande momento!

 

Si tornava in Germania Ovest a distanza di sette edizioni, e guarda caso era stato proprio allora, a Essen nel ’71, che gli azzurri avevano acciuffato il loro primo bronzo. Stoccarda, capitale dello stato federale del Baden-Wurttenberg, era la città sede della fase finale; Karlsruhe e Leverkusen quelle dei gironi di qualificazione. Due gruppi da sei squadre, una formula già ampiamente collaudata; solo che stavolta (ennesima novità alla ricerca di un maggiore coinvolgimento) ad accedere alla seconda fase dovevano essere addirittura le prime quattro. Il cammino verso le medaglie sarebbe quindi partito dai quarti di finale.

Ario Costa tenta la stoppata contro Kropilak, nella vittoriosa partita di esordio contro la Cecoslovacchia (da Giganti del basket, n° 7/8, 1985).

 

La Nazionale italiana era chiamata a dare una certa continuità ai risultati, ma si trovava a una svolta della sua storia. Dopo sedici anni (con in mezzo 8 Europei, 4 Olimpiadi e 2 Mondiali) non figurava nella formazione titolare il nome di Dino Meneghin. A 34 anni aveva deciso di lasciare la maglia azzurra (vestita ben 271 volte, fino ad allora primato assoluto), ma sui campi di serie A sarebbe rimasto ancora un decennio, e da grande protagonista, come a voler farsi rimpiangere di più. Per sostituire lui non bastava un giocatore forte; doveva essere anche un trascinatore, un capo carismatico, un esempio di impegno e di grinta per tutti.

Un’altra novità era stata annunciata per la fine di quel torneo. Coach Sandro Gamba aveva deciso di lasciare, e naturalmente ci teneva molto a chiudere con un bel sorriso la sua (prima) esperienza in azzurro, durata cinque anni. Dopo l’argento olimpico di Mosca ’80 e l’oro europeo di Nantes ’83, quasi quasi non gli sarebbe dispiaciuto di completare col colore del bronzo la sua collezione di medaglie. Costretto a rinunciare a Meneghin, ma anche ad Antonello Riva (infortunatosi all’ultimo momento), Gamba si affidò al blocco di giocatori che gli avevano garantito gli ultimi successi, compreso il buon quinto posto alle Olimpiadi di Los Angeles dell’anno prima: Marzorati, Villalta, Sacchetti, Gilardi, Vecchiato, Brunamonti. Avevano lasciato la Nazionale anche Bonamico e Caglieris, vi tornava Costa.

 

Il girone di qualificazione di Leverkusen vide prevalere proprio gli azzurri, che si trovavano per la prima volta nella onorevole, ma anche scomoda, posizione di testa di serie. Una vittoria di misura con la forte Cecoslovacchia (82 a 80), seguita da quelle ben più nette con i padroni di casa della Germania Ovest (+15), con la Bulgaria (+21) e con l’Olanda (112 a 76). L’unica sconfitta, subita da Israele (-3), non ci impedì di conquistare la prima posizione, e di iniziare così la fase finale affrontando la quarta dell’altro girone, che era la Francia: spazzata anche quella, 97 a 71. Si era arrivati in semifinale, in sogno ogni volo era lecito.

 

Walter Magnifico va a segno da sotto con la Cecoslovacchia, facendosi largo fra tre avversari (da Giganti del basket, n° 7/8, 1985).

Ci pensò l’Unione Sovietica a farci tornare con i piedi per terra. Non le era proprio andata giù che l’Italia (rappresentativa occidentale) l’avesse scalzata dal gradino più alto del podio nell’ultima edizione dell’Europeo, negandole così il terzo successo di fila. Affidata a un nuovo allenatore, tale Obukhov (ma la sua presenza sarebbe durata solo due anni), la squadra sovietica era tornata a essere uno squadrone. Da astro nascente si era trasformato già in autentico fuoriclasse il lituano Arvydas Sabonis, gigante con l’agilità di un ginnasta, in grado di schiacciare e stoppare con la stessa naturalezza con la quale passava la palla o tirava a canestro, anche dalla distanza dei tre punti (che vennero introdotti in Europa proprio in quella occasione). A lui il premio come MVP, senza pensarci due volte. Nel quintetto ideale, oltre al già noto play Valters, avrebbero potuto trovar posto anche gente come Komicius e Kurtinaitis, formidabili guardie tiratrici, lituani anch’essi.

Ebbene, per una distrazione dei sovietici in qualificazione contro la Spagna, l’Italia se la ritrovò già in semifinale, e il risultato fu 112 a 96 per loro; neanche disonorevole (dopo che il primo tempo si era chiuso sul 73 a 40). Piuttosto gli uomini di Gamba furono bravi a ricompattare subito forze e morale per affrontare nel migliore dei modi la finale per il bronzo. La Spagna dei soliti Fernando Martin e San Epifanio faceva paura, ma conoscevamo bene i nostri “polli”; stavolta fu più dura che a Nantes, per il 102 a 90 che sanciva la vittoria bisognò stirare il collo fino al supplementare.

Italia-URSS. Renzo Vecchiato conquista un rimbalzo, a spese dall’asso lituano Arvidas Sabonis, MVP del torneo (da Giganti del basket, n° 7/8, 1985).

 

La squadra azzurra si era affermata ancora una volta grazie alla forza del suo collettivo, e soprattutto di un’ottima difesa, per la quale rappresentavamo ormai un modello da esportazione. Bene Sacchetti, Villalta, Gilardi, Vecchiato. In evidenza anche Walter Magnifico, ala grande della Scavolini Pesaro, che aveva già esordito a Los Angeles, insieme alla guardia Roberto Premier. Debutto assoluto per l’ala Beppe Bosa, per il play Giampiero Savio e per il pivot Augusto (Gus) Binelli, centro di 2 e 15, passato alla storia per essere stato il secondo giocatore italiano (dopo Meneghin) a essere selezionato dalla NBA.

 

Una sorpresa e una delusione, per chiudere. La prima fu la Cecoslovacchia (Kropilac e Brabenec, i suoi inossidabili alfieri), che batté la Jugoslavia ai quarti e poi la Spagna in semifinale, prima di “accontentarsi” dell’argento nella sfida con i sovietici. La delusione fu la Jugoslavia, dove Cosic era passato dal ruolo di giocatore a quello di allenatore, e dove la nuova stella nascente Drazen Petrovic, guardia tiratrice della croata Sebenico, non poteva bastare da sola per tornare ai fasti degli anni settanta.

 

 

Nunzio Spina

Nantes 1983Atene 1987
Il ricordo di Romeo Sacchetti, Renzo Vecchiato e Sandro Gamba

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