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Europei di basket: Atene 1987
Il delirio greco ferma Bianchini

La prima volta in Grecia, s’impongono a sorpresa i padroni di casa… La rivoluzione di Bianchini… Ottima prima fase, poi la caduta ai quarti…

Il logo dell’Eurobasket che per la prima volta venne ospitato in Grecia.

 

Tutto come… non previsto! Quel che avvenne ad Atene in occasione del 25° Campionato Europeo maschile di basket non poteva neanche lontanamente essere immaginato. La sorpresa non fu solo il trionfo dei padroni di casa della Grecia, ma la maniera con la quale questo maturò, con colpi di scena a ripetizione nel finale, dopo una fase di qualificazione diciamo normale, che non avrebbe tentato il più audace degli scommettitori. Si parlò di rivoluzione. Che in realtà poi non ci fu. Ma prima che in Europa arrivasse la rivoluzione vera (caduta del Muro di Berlino, disfacimento di URSS e Jugoslavia) bisognò fin da allora fare spazio allo sventolio di nuove bandiere.

La Grecia – tanto per avere un’idea dei pronostici di allora – non aveva nemmeno partecipato all’ultima edizione dell’Europeo; a quelli precedenti sì, ma senza andare oltre un ottavo posto. Decima si era qualificata ai Mondiali dell’anno prima in Spagna. Però stavolta aveva dalla sua il fattore campo. E soprattutto possedeva un’arma pericolosa, poi rilevatasi micidiale, che si chiamava Nikos Galis, guardia di nascita e scuola americana (figlio di emigrati dall’isola di Rodi), che già da sette anni si era trasferito sulle rive del Mediterraneo, e dal basso del suo metro e 83 sfidava tutti gli avversari col suo inarrestabile uno contro uno, se non contro due o contro… cinque! Il pubblico di Atene esaltò come mai prima di allora Galis, trascinandolo al titolo di miglior marcatore (per la seconda volta consecutiva), con una media partita di 37 punti, record ancora imbattuto; lui, da parte sua, pensò a trascinare i suoi compagni, niente più che illustri sconosciuti, alla incredibile conquista dell’oro.

Riccardo Morandotti alle prese con la difesa della Polonia, nella vittoriosa partita di qualificazione (da Giganti del basket, n° 11, 1987).

Una piccola rivoluzione c’era stata anche nella Nazionale italiana. All’indomani dell’Europeo di Stoccarda, Gamba aveva salutato la compagnia, e al suo posto era stato chiamato Valerio Bianchini, tecnico capace e brillante, che a 40 anni aveva già collezionato due scudetti e altrettante Coppe dei Campioni in due piazze diverse, Cantù e Roma. Ogni allenatore ha le sue idee, e Bianchini aveva le sue, che certo non potevano coincidere con quelle del suo predecessore. Eppure al suo esordio ai Mondiali in Spagna, conclusi con un onorevole quinto posto, tenne praticamente la stessa intelaiatura di giocatori ereditata da Gamba; compreso Marzorati, che però proprio alla fine del torneo intercontinentale diede l’addio alla maglia azzurra, non prima di avere superato Meneghin nella classifica delle presenze (278 a 271) e raggiunto così un record assoluto, anche questo mai più battuto.

Dovendo poi rinunciare anche all’esperienza di Meo Sacchetti, e inserendo elementi nuovi che gli sembravano adatti alla sua filosofia di gioco (più votata, forse, alla fase offensiva rispetto a quella di Gamba), Bianchini affrontò gli Europei in Grecia con una formazione nella quale figuravano solo quattro giocatori della precedente edizione. Una rivoluzione, appunto. C’erano Brunamonti, Villalta, Costa e Magnifico. C’era ancora un Gilardi, ma non era Enrico, che aveva preso parte alle precedenti quattro edizioni, bensì Angelo, ventunenne pivot di 2 e 07 che si era messo in luce a Cantù (neanche lontanamente parenti…). Era poi stato recuperato il tiratore Antonello Riva, soprannominato “Nembo Kid” per il suo fisico erculeo, e con lui Alberto Tonut, entrambi attori non protagonisti dell’oro di Nantes ’83. Lasciati a casa alcuni giovani promettenti che avevano appena assaggiato la maglia azzurra, come Premier e Dell’Agnello, ci fu spazio per cinque debuttanti: Ferdinando Gentile, Piero Montecchi, Flavio Carera, Massimo Iacopini, Riccardo Morandotti.

Flavio Carera sgomita sotto canestro con il 2,13 greco Panagiotis Fasoulas (da Giganti del basket, n° 11, 1987).

Dopo tanto tempo, il torneo venne interamente disputato in una sola città. Atene, capitale-metropoli di uno stato che per la prima volta ospitava la manifestazione, poteva tranquillamente assumersi quest’onere. Formula uguale a quella dell’ultima edizione, e paradossalmente questa era da considerare una novità. Due gruppi di sei squadre, le prime quattro alla fase finale a eliminazione diretta, partendo dai quarti.

Gli azzurri fecero una prima fase strepitosa: cinque vittorie su cinque, sbarazzandosi nell’ordine di Germania Ovest, Polonia, Olanda, Israele e Cecoslovacchia (24 punti di scarto a quest’ultima, argento due anni prima), grazie soprattutto ai canestri di Antonello Riva (che viaggiava a una media punti di 25,4). Arrivare primi nel girone voleva dire scontrarsi con la quarta dell’altro, e qui il destino cominciò a prendere una direzione opposta a quella dei più ragionevoli pronostici. La squadra da affrontare era la Grecia, che sì, poteva avere anche il vantaggio di giocare in casa, ma rispetto alle altre qualificate (URSS, Jugoslavia e Spagna, nell’ordine) era sicuramente l’avversario più abbordabile. Arrivò, inattesa, l’unica sconfitta del torneo: 90 a 78 per loro, noi sbattuti subito fuori dalla lotta per le medaglie!

L’eroe mitico della Grecia, Nikos Galis: qui sembra sovrastare i difensori sovietici nella finale per l’oro (da Giganti del basket, n° 11, 1987).

Nazionale greca in semifinale, dunque, dove non era mai arrivata (il terzo posto ai lacunosi europei “africani” in Egitto, del lontano ’49, non erano neanche entrati nella storia). Oltre questo risultato era impensabile che potesse andare. E invece… Invece ecco il piccolo eroe Galis sempre più scatenato, partita dopo partita. Sulla strada c’era di nuovo la Jugoslavia, già “stranamente” battuta in qualificazione: venne ancora sconfitta la squadra allenata da Cosic, dove oltre al solito Drazen Petrovic, cominciava a emergere il talento di Toni Kukoc, di Dino Radja, di Alexander Djordjevic, di Vlade Divac, tutti con un futuro NBA (oltre che italiano per i primi tre). Si dovettero consolare con il bronzo, gli slavi (rimasti a secco per due edizioni), battendo la Spagna.

In data 14 giugno, il basket ellenico entrava (questa volta sì) nella storia! Finalissima per l’oro contro l’URSS, alla cui guida era tornato il maresciallo Gomelsky; tra le tante stelle sovietiche, l’ultima arrivata era quella di Sarunas Marciulonis, guardia lituana, anche lui pronto per l’NBA. Partita incredibile, decisa al supplementare sul 103 a 101 in favore della Grecia. Il pubblico di casa, in delirio all’Irinis ke Filias (l’arena del Pireo intitolata alla pace e all’amicizia), aveva fatto tremare gambe e mani al play sovietico Valters, facendogli sbagliare due tiri liberi decisivi.

Due immagini emblematiche dell’arena del Pireo, infuocata dal tifo di casa.

Gli azzurri, da parte loro, riuscirono a non cedere psicologicamente. Battendo di nuovo Polonia e Germania Ovest, raggiunsero il quinto posto. Alla fine, sette vittorie e una sola sconfitta (con la squadra che poi vinse l’oro). Il bilancio era decisamente positivo, il risultato no, o comunque non quello che si sperava. Finiva così, con questa colossale beffa, la breve avventura di Bianchini in Nazionale.

 

Nunzio Spina

Stoccarda 1985Zagabria 1989
I ricordi di Antonello Riva, Flavio Carera e Valerio Bianchini

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