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Europei di basket: Barcellona 1997
Il ricordo di… Denis Marconato

«Una squadra completa, che giocava con il giusto ritmo»… «Nella finale, difendemmo, ma la palla non voleva entrare e fu argento»… 

Denis Marconato è nato a Treviso, il 29 luglio 1975. Cresciuto nelle giovanili della Benetton, il suo esordio in prima squadra avvenne nel campionato ’93-’94. Ci vollero però altre due stagioni, e un anno in prestito al Petrarca Padova, prima che il suo potenziale fisico (2 metri e 11 per 115 kg) potesse imporsi sul campo. A rilanciarlo alla Benetton fu coach Mike D’Antoni, che con lui in campo riuscì a vincere lo scudetto nel ’97. Stesso anno in cui, dopo qualche convocazione per raduni e amichevoli, Denis vestì per la prima volta la maglia azzurra in una manifestazione ufficiale, gli Europei di Barcellona. Cominciava così il suo lungo percorso in Nazionale, che in un decennio ha attraversato ben sei edizioni degli Europei, due Olimpiadi e un Mondiale, con l’alternanza in panchina di Messina, Tanjevic e Recalcati. Nel ruolo di centro era una risorsa per i tanti allenatori che lo hanno avuto in squadra: buoni movimenti fronte e spalle a canestro, tiro morbido da sotto, rimbalzi a mai finire. Con la Benetton ha vinto in totale tre scudetti, due volte la Coppa Europea Saporta, otto la Coppa Italia; un altro scudetto con Siena e un titolo (la Copa del Rey) anche in Spagna, col Barcellona.

Denis Marconato ha partecipato a ben sei edizioni consecutive degli Europei, dal ’97 al 2007 (da Superbasket, n° 36, 2007).

“Non penso che potesse esserci un debutto più fortunato per me con la maglia azzurra! Barcellona ’97 sembrava una meta irraggiungibile, nonostante avessi fatto tutta la preparazione pre-europea; ero il tredicesimo uomo, poi ci fu qualche rinuncia, e all’ultimo momento venni promosso titolare. Mi sono ritrovato in una squadra già ben collaudata e quanto mai vogliosa di tornare in alto: coach Messina mi ha buttato nella mischia e io mi sono fatto trascinare volentieri… È arrivata subito una medaglia d’argento, e così è cominciata la mia carriera in Nazionale maggiore: dieci anni, sempre con l’8 sulle spalle, il numero che era stato di Enzino Esposito…”.

“Era una squadra completa, quella. Ed Ettore Messina era riuscito ad ottenere il meglio da tutti, anche dai giovani esordienti, come Davide Bonora, al quale venne affidato il delicato compito di play-maker. Giocavamo col giusto ritmo, in maniera fluida in attacco, molto aggressivi in difesa: ricordo Coldebella che mi spronava, dopo ogni nostro canestro realizzato, a tornare subito e a presidiare la zona, per non concedere nulla agli avversari… Non ho in mente i punteggi, ma mi pare che chiunque abbia giocato contro di noi abbia veramente segnato poco (75 la Lettonia, tutte le altre da 69 in giù, n.d.r.)”:

Marconato giganteggia sotto canestro, in una partita dell’Europeo del ’99 in Francia (da Giganti del basket, n° 8-9, 1999).

“Una vittoria dietro l’altra fino alla finalissima per l’oro, sembrava proprio che ogni cosa girasse a meraviglia! La gioia più grande è stata quella di battere la Russia (14 punti di Marconato, n.d.r.), al termine di una partita molto combattuta: una medaglia era già sicura… Veramente, avevamo fatto un pensierino anche all’oro, visto che la Jugoslavia l’avevamo già battuta in qualificazione: loro erano davvero una Supernazionale, e oltre ai tanti fuoriclasse c’era Zeljko Rebraca, mio compagno di squadra a Treviso, che era un guerriero con tanta voglia di vendetta nei nostri confronti… Siamo riusciti a concedere loro solo 61 punti, ma da parte nostra abbiamo sbagliato troppo in attacco, la palla non ne voleva sapere di andare dentro… Argento per noi, bene così!”.

“Con la Nazionale mi sarei preso tante altre belle soddisfazioni, e altre medaglie! Quella di Barcellona mi è rimasta nel cuore proprio perché ha accompagnato il mio esordio. E mi è rimasta dentro anche la stima e l’ammirazione per Ettore Messina; lui stava addosso a tutti, all’inizio sono rimasto quasi traumatizzato, poi ho capito che da lui c’era solo da imparare… Ancora oggi che ho appena abbandonato la carriera di giocatore e ho intrapreso quella di allenatore ripeto spesso ai miei ragazzi le stesse frasi che sentivo rivolgermi da lui…”.

 

 

a cura di

Nunzio Spina

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