Mondiali di basket: Buenos Aires 1950
Follia Argentina, debutto vincente

Un campo da… luna park… Tante assenze eccellenti… La vendetta di Canavesi… Una nazionale statunitense sui generis… «La competizione più riuscita»…

L’arena del Luna Park di Buenos Aires, durante una partita del 1° Campionato Mondiale maschile di pallacanestro, disputato nell’autunno del 1950 (dal sito “historialunapark.com”).

L’avventura mondiale ebbe inizio in un luna-park. Ambiente più scintillante ed euforico non avrebbe potuto trovare il comitato argentino nel dar vita alla prima edizione dei Campionati Mondiali maschili di basket, anno 1950. Un campo fatto costruire appositamente, con parquet in legno e tabelloni in plexigas (avanguardia per quei tempi), circondato da tribune capaci di ospitare più di venticinquemila spettatori. Sullo sfondo, la magica ottobrata di Buenos Aires, che voleva dire – allora come oggi – primavera inoltrata, temperature miti, l’incantevole fioritura azzurro-viola degli alberi di jacaranda.

Per il debutto di una manifestazione intercontinentale di tale importanza ci sarebbe voluto forse qualcosa di meno pittoresco e più efficiente, ma il trionfo della squadra di casa fu così trascinante da far passare tutto il resto in secondo piano, magagne organizzative comprese. Per esempio quella di non impedire che a ogni intervallo di partita gli spettatori entrassero in campo e tirassero a canestro… Comunque, Viva Argentina: altro non si sentì risuonare, alla fine!

Una fase dell’incontro Brasile-Argentina: a contendere il rimbalzo al giocatore brasiliano (con maglia a strisce verticali), Oscar Furlong, artefice del trionfo per la squadra di casa (dal periodico “Pallacanestro, 1950”).

Il grande paese sudamericano l’aveva fortemente voluta questa vetrina mondiale. C’era una motivazione storica, perché nel 1950 ricorreva il centenario della morte del generale Josè San Martin, uno dei due grandi libertadores artefici dell’indipendenza, insieme a Simon Bolivar. E c’era, forse più sentita, la voglia di far vedere che i cestisti gauchos potevano competere contro tutti, statunitensi compresi. Quella sconfitta di soli due punti rimediata ai Giochi Olimpici di Londra ’48 in una partita di qualificazione (gli USA alla fine primi, Argentina addirittura quindicesima) bruciava ancora.

Per giustificare l’etichetta di “campionati mondiali” potevano all’epoca bastare due continenti, America ed Europa. Da una parte, Argentina, Stati Uniti, Brasile, Cile, Ecuador e Perù. Dall’altra, Francia, Egitto (tanto “europea” cestisticamente da avere ospitato la manifestazione continentale dell’anno prima), Spagna e Jugoslavia; quest’ultima chiamata a sostituire nientemeno che l’Italia. E già, perché la Nazionale azzurra (in quel periodo allenata dal coloured Van Zandt, con in squadra Stefanini, Tracuzzi, Primo, Cerioni) il pass se l’era addirittura guadagnato sul campo, vincendo un girone di qualificazione in gennaio a Nizza, ma poi la Federazione aveva rinunciato, dal momento che – scusa ufficiale – i giocatori non potevano abbandonare per così tanto tempo i loro impegni di lavoro o di studio. Non la presero bene gli organizzatori argentini, disposti a rimborsare fino all’ultimo centesimo le spese di trasporto e di soggiorno pur di ottenere, con i tanti emigrati italiani a Buenos Aires e dintorni, un maggior coinvolgimento di pubblico. Alla fine si dovettero accontentare di una sola presenza italiana, quella dell’arbitro Gualtiero Follati di Livorno, che da parte sua ebbe il riconoscimento di miglior fischietto europeo, assieme a un collega svizzero.

L’esito lo abbiamo già anticipato: trionfo dei padroni di casa, in una atmosfera definita “infernale” dalle cronache, con il tutto esaurito di spettatori, biglietti da 5 a 30 pesos venduti in borsa nera fino a 300 pesos, mischie, incidenti e cariche della polizia all’ingresso dello stadio; alla fine invasione di campo da “follia collettiva”, pullman dei campioni scortato dai tifosi lungo l’Avenue Corientes.

Stati Uniti-Brasile; i giocatori americani (alla fine vittoriosi, 45 a 42) facevano quasi tutti parte della squadra di club dei Denver Chevrolet, sigla impressa sulla maglia (dal periodico “Pallacanestro, 1950”).

Non era propriamente una finale, quella tra Argentina e USA, ma l’ultima partita di un girone dove le due contendenti – evenienza tanto auspicata quanto probabile – si presentavano a pari punteggio pieno. Gli albiceleste si presero la rivincita che attendevano da due anni, superando i maestri del basket con un +14 (64 a 50), dopo avere inflitto scarti più pesanti a tutte le altre avversarie, tranne il Brasile, superato solo di 5. Nulla da dire, quindi, sui meriti della squadra medaglia d’oro, che l’allenatore Juan Canavesi (di sospettabile discendenza italica) aveva rinchiuso per tre mesi in ritiro, dandole un’ottima preparazione fisica, inculcandole buone combinazioni di gioco senza palleggio, addestrandola soprattutto al tiro dalla mezza distanza. Media età giovanissima (19 anni il più piccolo, 26 il più anziano), varie individualità di spicco, un fuoriclasse sopra tutti: Oscar Furlong (centro di 1 e 88, 23 anni), “enorme repertorio di finte”, “realizzatore inesorabile”, miglior marcatore del torneo, 22 punti per lui solo nella partita finale.

Stati Uniti secondi, e bene gli era andata! Avevano faticato all’esordio col Cile (37 a 33), tremato con l’Egitto (34 a 32), sofferto col Brasile (45 a 42). In realtà, più che una Nazionale era una squadra di club, il Denver Chevrolet (con tanto di scritta sulla maglia), mandata là in rappresentanza, e neanche con eccessive pretese. Niente a che vedere con i campioni olimpionici di Londra ’48. Si trovarono a mal partito i lunghi (ce n’erano quattro oltre i due metri) che restarono intrappolati dalla regola dei 3 secondi, non ancora in vigore negli States. Sicché il miglior giocatore risultò John Stanich (che poi era l’unico a non far parte dei Denver), jugoslavo naturalizzato, un normolineo di 1,83 con incredibili doti di elevazione (2 e 03 nel salto in alto, quando il record mondiale era appena 8 cm più su) e con l’handicap di avere nella mano sinistra solo il pollice e l’indice!

Medaglia di bronzo al Cile, trascinato dal piccolo funambolo Zorzano (1,71), squadra favorita dalla differenza canestri in un arrivo a tre, con Brasile (quarto) e un sempre più sorprendente Egitto (quinto), allenato da Carmine “Nello” Paratore, nipote di siciliani trasferitisi da due generazioni sulle rive del Nilo.

Il segretario generale Fiba, Williams Renato Jones (il primo nome tradiva le origini inglesi, il secondo la nascita italiana, a Roma), dichiarò che “per la qualità del gioco dimostrata e per la minima differenza di valori tra la prima e l’ultima squadra” questi Mondiali erano risultati “la competizione più riuscita”. Esagerava! Innanzitutto perché numerose erano state le rinunce importanti: oltre all’Italia, anche Uruguay, Canada, Messico, Cuba e soprattutto l’Unione Sovietica, che già da qualche anno aveva cominciato a dettare legge in Europa. E poi perché, in effetti, il gioco non si era poi rivelato così brillante: tanta velocità, potenza fisica e impeto, tecnica non tanto, tattica ancora meno, punteggi bassi (punta massima i 114 punti, in totale, della partita finale). Si vedevano ancora tiri a due mani e palloni trattenuti lungo i fianchi per far trascorrere il tempo; tanto che proprio da allora si sentì, forte, l’esigenza di introdurre la regola dei 30 secondi.

La macchina dei Mondiali, stentando un po’, era comunque partita; e non si sarebbe più fermata…

 

Nunzio Spina

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