Mondiali: Lubiana ’70
Il racconto di… Massimo Masini

Mondiali e matrimonio… La maturità cestistica… «Avevo la mano benedetta»… Capitano… Primo, lavoratore e scopritore di talenti…

Massimo Masini è nato a Montecatini Terme (PT), il 9 maggio del 1945. Ha debuttato in maglia azzurra nel 1963, a Roma, in una partita di preparazione al Mondiale di Rio de Janeiro, a cui poi prese parte. Da allora ha totalizzato un gran numero di presenze (179), e anche di punti (9° nella graduatoria degli azzurri di tutti i tempi), disputando tre Europei, due Olimpiadi e due Giochi del Mediterraneo, nell’era di Paratore, altri due Europei, un Mondiale (Lubiana ’70) e una Olimpiade nell’era di Primo. Ha saltato solo i Mondiali del ’67 in Uruguay. Pivot di 2 e 08, fu uno dei primi interpreti del ruolo in chiave moderna, mostrando soprattutto una invidiabile precisione nel tiro da fuori. Con l’Olimpia Simmenthal Milano, dal ’63 al ’74, ha vinto quattro scudetti, una Coppa dei Campioni e una Coppa Saporta (ex Coppa delle Coppe). Ha poi militato anche a Rieti, Bologna e Pordenone.

Massimo Masini interviene su Cosic, nella sfida con la Jugoslavia al Mondiale di Lubiana ’70. Alle loro spalle Rusconi (dal periodico “Basket, 1970”).

«Il ’70 è stato un anno magico per me, perché oltre alla gioia sportiva del Mondiale in Jugoslavia ci fu anche quella del mio matrimonio… Mi emoziono più adesso a ricordare quegli eventi che allora, quando forse non mi rendevo neanche conto di quanto le cose andassero a meraviglia… La verità è che non ero un tipo che si esaltava facilmente; però quella volta credo che noi della Nazionale abbiamo compiuto una prodezza che è rimasta nella storia, e che sinceramente avrebbe meritato il premio di una medaglia…».

«Posso dire che Lubiana ’70 è stato il mio vero Mondiale, della mia maturità cestistica, perché in quello disputato nel ’63, in Brasile, ero ancora un ragazzino… A Spalato, e poi a Lubiana, ho potuto sfidare alla pari i miei avversari, tutti grandi campioni, e credo proprio di aver fatto la mia bella figura… Per esempio mi sono trovato davanti Cosic: ci consideravano i due che in Europa avevano cambiato la filosofia dei pivot, giocando fronte a canestro e tirando anche da fuori… Poi ricordo il duello con Zidek, della Cecoslovacchia, col quale venivano fuori sempre delle autentiche battaglie, fin dalla categoria juniores… Per non parlare dei giganti dell’Unione Sovietica… Sinceramente non avevo paura, forse c’era anche un pizzico d’incoscienza da parte mia…».

Il diciottenne Masini, più piccolo per età ma più alto della squadra, è il primo della fila nella cerimonia di apertura dei Mondiali ’63 al Maracanãzinho di Rio de Janeiro (dal periodico “Pallacanestro, 1963”).

«Se mi dite che sono stato il miglior realizzatore della squadra, ci credo e ovviamente la cosa mi fa molto piacere… Erano gli anni migliori per me, avevo la mano benedetta, ogni volta che cercavo il tiro da fuori (e vi assicuro che non tiravo tantissimo) la palla andava dentro… Ci avevo lavorato abbastanza; a Milano il mio allenatore, Cesare Rubini, mi faceva restare in campo a ogni fine allenamento per l’esercizio dei cento tiri da fuori, e le percentuali sono andate via via migliorando…».

«Giancarlo Primo era un serio professionista, con una sua precisa concezione del basket. Sappiamo tutti della sua fissazione con la difesa, con i raddoppi e con i cambi riuscivamo a imbrigliare gli avversari; Primo voleva a tutti i costi tenere basso il punteggio, perché così – diceva – si avevano più probabilità di vincere… E in attacco bisognava sempre ragionare, e andare al tiro possibilmente al limite dei trenta secondi… Ognuno ha le sue idee, però così facendo abbiamo battuto gli Stati Uniti, e siamo andati vicini alla vittoria anche con Jugoslavia, Unione Sovietica e Brasile…».

«Un ottimo ricordo mi è rimasto anche del prof. Paratore, che era un grande lavoratore, e credeva molto nei giovani… È stato lui a scoprirmi, a 15 anni, in un raduno a Roma, all’Acquacetosa; quando mi portò al Mondiale di Rio de Janeiro, di anni ne avevo ancora diciotto, e quella volta venne criticato da molti per questa scelta, che poteva sembrare azzardata… In quella occasione ero il più piccolo della squadra, di età, ma il più alto, e forse per questo mi misero davanti a tutti, dietro la nostra bandiera nella cerimonia di inaugurazione al Maracanãzinho (capitano lo sarei diventato solo nel ’69)…».

«Disputammo un bel girone a San Paolo, e ricordo che anche il mio debutto, contro l’Argentina, era stato promettente (16 punti, n.d.r.)… Poi però, una volta arrivati a Rio de Janeiro, la squadra si è letteralmente sbracata; chissà, sarà stata l’atmosfera godereccia della città a procurare qualche distrazione… Peccato, perché quella era una buona formazione, e avrebbe potuto senz’altro fare meglio… ».

 

 

a cura di

Nunzio Spina

 

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