Mondiali di basket: Lubiana ’70
Il racconto di… Joe Isaac

Americano trapiantato in Italia… Una Nazionale Usa un po’ improvvisata e senza amalgama… La storica partita contro l’Italia…

Joe Warren Isaac è nato a New York, l’8 agosto 1943. Cresciuto nella locale Power Memory Academy, famosa high school che a quei tempi diede anche i natali cestistici a Lewis Alcindor (poi ribattezzato Kareem Abdul Jabbar), Joe venne selezionato a 22 anni per la NBA, dove però non approdò, preferendo trasferirsi in Italia. Era stata la Simmenthal a contattarlo, ma le sue caratteristiche (2 metri, jolly difensivo e offensivo, non un vero pivot) lo dirottarono verso l’altra squadra di Milano, la Pallacanestro All’Onestà. Qui divenne un giocatore simbolo; sei campionati nella massima serie, due terzi posti, più un quarto e un quinto, in quello che sarebbe passato alla storia della società come il vero periodo d’oro. In quegli anni, si alternarono in panchina gli allenatori Forastieri, Percudani, Tracuzzi e Sales; in campo, giocatori come Zanatta, Gatti, Dal Pozzo, Ossola, Bulgheroni, De Rossi, Bovone, Gennari, Bertolotti. Isaac, tra l’altro, fu premiato come miglior realizzatore di tiri liberi nel campionato ’68-’69, e divenne il primo straniero a essere nominato capitano di una formazione italiana. Dopo due ritorni negli Stati Uniti, si è stabilito definitivamente da noi, intraprendendo una lunghissima carriera di allenatore (Varese, Reggio Emilia, Napoli), che a 76 anni non si è ancora conclusa; vive a Barasso, piccolo borgo collinare del Varesotto, e insegna basket ai ragazzini di Laveno, sulle sponde del vicino Lago Maggiore.

Joe Isaac con la maglia della Pallacanestro All’Onestà Milano, unica squadra italiana in cui ha militato, dal ’65 al ’71, divenendone anche capitano (dal sito “wikimedia.com”).

«La convocazione per i Mondiali in Jugoslavia arrivò all’ultimo momento dagli Stati Uniti; io ero in Italia, dove avevo appena concluso il mio quinto campionato di serie A con la squadra della All’Onestà Milano; tra l’altro, era stata un’ottima stagione, eravamo giunti terzi alle spalle dei nostri vicini della Simmenthal e dell’Ignis Varese, che per il secondo anno consecutivo aveva vinto lo scudetto… Mi dissero praticamente di non muovermi, la comitiva sarebbe arrivata in Europa poco prima dell’inizio di quel Mondiale, e io l’avrei raggiunta… Ci siamo radunati in Germania, a Francoforte: pochi giorni di allenamento, e poi partenza per Sarajevo dove si disputava il nostro girone di qualificazione…».

«Certo, non fu una edizione esaltante per la nostra Nazionale, il quinto posto non era proprio l’obiettivo finale… C’è da dire, però, che eravamo una squadra un po’ improvvisata, praticamente non ci conoscevamo; io poi, che da anni avevo lasciato gli USA, conoscevo soltanto Jim Williams, e da avversario, perché si trovava come me in Italia, a Napoli… Eppure, c’erano buoni giocatori, come le guardie Washington e Brody (che poi, dopo essere stato naturalizzato, vestì la maglia della Nazionale d’Israele, n.d.r.); c’erano Hillman e Silliman, che subito dopo sono andati a giocare in NBA… E c’era anche Bill Walton, sapete di chi parlo, no? Era ancora un ragazzino, veniva dalla California, e al rientro fu ingaggiato dal college UCLA, dove prese il posto di Kareem Abdul Jabbar, con cui tra l’altro avevo fatto dei camp insieme, a New York: non sto a ricordarvi la grande carriera che entrambi hanno avuto in NBA… Insomma, buoni giocatori, ma non amalgamati tra loro; l’allenatore Hal Fischer, che personalmente ho incontrato solo in quella occasione, non poteva fare miracoli col poco tempo avuto a disposizione…».

Lubiana, Mondiale ’70. Una fase di gioco di Italia-USA, in cui Bisson stoppa Washington; Joe Isaac e nella parte sinistra della foto, seminascosto da Zanatta; procedendo verso destra, Hillman, Meneghin e Recalcati (da “Giganti del basket, n° 6-7, 1970”).

«Il girone di qualificazione andò bene, e restammo imbattuti anche nelle prime partite della fase finale a Lubiana. Avevamo sconfitto pure l’Unione Sovietica, che aveva due tiratori micidiali, come Paulauskas e Sergej Belov… Poi è arrivata la partita con l’Italia, per noi maledetta. E se mi chiedete cosa ricordo di quel giorno, vi rispondo subito: il gancio all’ultimo secondo di Bariviera, solo quello! Lui sì che lo conoscevo, giocava con la Simmenthal, così come Masini; e poi Zanatta e De Rossi, miei compagni di squadra, il giovane Meneghin da Varese… Hanno dato l’anima in campo, vincere contro gli Stati Uniti per loro voleva dire tanto, e chi meglio di me poteva capirlo… Quel gancio è stata come una mazzata per noi, non ci siamo più risollevati. Anche perché subito dopo ci è toccato affrontare la Jugoslavia, che era impossibile da battere, con quei grandi giocatori che aveva (Cosic su tutti) e con quel pubblico di casa che riusciva a intimorire avversari e arbitri… Non c’è stato nulla da fare neanche col Brasile, che comunque nella manifestazione intercontinentale, a quei tempi, ci aveva superato più di una volta…».

«Mi dite che proprio in quell’ultima partita, col Brasile, sono risultato il miglior realizzatore della mia squadra? Addirittura 19 punti? Che bello, sinceramente non mi ricordavo di questo… Allora, così, ho almeno avuto la possibilità di chiudere col sorriso quella mia unica, breve esperienza con la maglia della Nazionale USA…».

 

a cura di

Nunzio Spina

 

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