Mondiali di basket: Toronto 1994
Parte l’era dei prof, ed è subito USA

Le stelle dell’NBA in campo con il Dream Team II… Scarti umilianti, anche in finale… La disgregazione delle potenze… Italia assente, ma inizia l’era Messina…

Mondiale Toronto ’94. In azione il play russo Sergej Bazarevich, miglior play-maker della manifestazione (dal periodico “Basket-Ball, 1994”)

Più che la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali maschili di basket, quella disputata nel 1994 in Canada sarebbe stata più giusto archiviarla come la prima della nuova era. Una coincidenza di cambiamenti – politici e di politica sportiva – trasformarono di colpo la fisionomia della manifestazione. Volti, nomi e valori nuovi. Tutto talmente diverso rispetto al passato da rendere assolutamente inappropriato ogni tipo di confronto statistico.

Intanto ci fu una modifica nella intestazione: non più FIBA World Championship ma FIBA Basketball World Cup; insomma, Coppa del Mondo e non Campionati Mondiali, ma il prodotto era sempre quello. Più sostanziale, invece, si era rivelata un’altra piccola variazione di sigla: la FIBA (fondata a Ginevra nel ’32 come Fédération Internationale de Basketball Amateur) aveva deciso di ribattezzarsi semplicemente Fédération Internationale de Basketball, lasciando così inalterato l’acronimo, ma eliminando l’ormai superato termine Amateur, visto che di amatoriale, nel basket mondiale ad alto livello, non era rimasto più nulla. Non più discriminati, tutti i professionisti, anche quelli statunitensi, potevano così avere libero accesso alle manifestazioni intercontinentali. Il via lo avevano dato le Olimpiadi di Barcellona ’92; Toronto ’94 seguì a ruota.

Ecco, quindi, la prima importante novità. La rappresentativa USA scendeva per la prima volta sul campo di un Mondiale (pardon, Coppa del Mondo), con una formazione di stelle NBA. Lo chiamarono Dream Team II, per analogia (e quasi per una sorta di competizione interna) col Dream Team I, la “squadra dei sogni” che aveva incantato – e annientato tutte le avversarie – alle Olimpiadi di Barcellona. Non c’erano più Larry Bird e Michael Jordan, Magic Johnson e Karl Malone, ma i dodici di Toronto erano anche loro di altissimo livello, se possibile ancora più agguerriti, proprio per dimostrare di non essere da meno dei più famosi predecessori.

Il centro spagnolo Juan Antonio Orenga (futuro allenatore della Nazionale iberica) alle prese col proposito di stoppata di Shaquille O’Neal (dal sito “elpais.com”).

Cifre. Otto vittorie USA su otto incontri. Tutte (tranne una) con un attivo di oltre cento punti e uno scarto medio di 37,7. Nell’ordine: 115 a 100 con la Spagna, 132 a 77 con la Cina, 105 a 82 col Brasile; poi, 130 a 74 con l’Australia (dove militava Andrew Gaze, miglior marcatore del torneo), 134 a 83 con Portorico, 111 a 94 con la Russia (guidata in panchina da Sergej Belov). In semifinale, superata la Grecia con un più modesto (si fa per dire) 97 a 58; quindi il botto finale con la Russia, punita nuovamente, e col punteggio più alto: 137 a 91! Sulla ribalta mondiale (ammesso che non vi fossero già) salivano nomi come quelli di Shaquille O’Neal, indiscusso MVP del torneo, una montagna di muscoli di 2 metri e 16, praticamente immarcabile, poi vincitore di quattro titoli NBA; e nomi come quelli delle guardie Reggie Miller e Joe Dumars, delle ali Shawn Kemp e Jacques Wilkins. Si rivelò, col tempo, un’altra squadra di fenomeni!

Per gli Stati Uniti era la terza medaglia d’oro nella storia della manifestazione; eguagliato il primato di URSS e Jugoslavia. Ma, come detto, si era iniziata una nuova epoca, e da quel momento in poi confronti e rivincite perdevano ogni significato. L’Unione Sovietica e la Jugoslavia unita non c’erano già più, smembrate dalla crisi dei regimi socialisti e da rigurgiti di indipendenza. Al loro posto si presentarono Russia e Croazia, quindi solo una parte del grande potenziale di un tempo: troppo poco per competere con i prof USA, ma ancora sufficiente per restare una spanna sopra le altre concorrenti. Infatti, argento alla Russia, umiliata in finale come abbiamo visto, ma in grado di battere tutte le altre avversarie sulla sua strada, grazie soprattutto alla classe del play Sergej Bazarevich; bronzo alla Croazia, altrettanto sicura nel suo cammino di qualificazione, fino alla semifinale con la Russia (persa solo di due) e alla finale con la Grecia, vinta con un netto 78 a 60, con 22 punti di Dino Radja, il pivot che dopo tre stagioni vissute a Roma, aveva già assaggiato l’esperienza NBA con i Boston Celtics.

A proposito della ex Jugoslavia unita, questa edizione del Mondiale avrebbe dovuto disputarsi a Belgrado, ma i fuochi ancora accesi della guerra civile nei Balcani avevano comportato un inevitabile dirottamento (e anche una rinuncia della rappresentativa che portava ancora il nome di Jugoslavia, cioè Serbia-Montenegro). Ci si trasferì nuovamente oltre oceano, per la prima volta nell’America del Nord, in quel Canada che aveva dato i natali a James Naismith, l’inventore del basket. Toronto, la città più popolosa della nazione, ma soprattutto la più vicina agli USA, geograficamente e cestisticamente, ospitò circa due terzi degli incontri, nei suoi due impianti (lo SkyDome, dove giocavano i Toronto Raptors, al tempo unica squadra non statunitense del campionato NBA) e il Maple Leaf Garden; nel vicino porto di Hamilton, le rimanenti partite.

Il Dream Team II ha dominato il Mondiale canadese, portando l’USA al terzo oro: eguagliato così il primato di Unione Sovietica e Jugoslavia (dal sito “100percentauthentic.com”).

Nella lista delle assenti figurava l’Italia, per il semplice motivo che agli Europei dell’anno prima in Germania non era riuscita a superare le fasi di qualificazione di Karlsruhe. La guida della squadra era passata dall’esperienza di Sandro Gamba alle moderne idee di Ettore Messina, e quell’esordio infelice fu un po’ lo scotto da pagare per l’inizio di un nuovo corso. Nello stesso anno dei Mondiali canadesi, però, Messina aveva condotto i suoi ragazzi a un bel secondo posto ai Goodwill Games di San Pietroburgo, avviando quella fase di rinascita che sarebbe culminata con l’argento europeo di Barcellona ’97, e ponendo così le basi per la partecipazione alla successiva edizione del Mondiale. In quegli anni sarebbe nata e cresciuta la generazione dei vari Fucka, Myers, Abbio, Bonora, Galanda.

Il quarto posto della Grecia confermava la sua continua ascesa in campo internazionale, nonostante non ci fosse più Nikos Galis a bombardare il canestro. Ma i due Panagiotis (nome proprio che vuol dire “devoto alla Madonna”, quindi corrispondente al nostro “Mariano”), cioè la guardia Panagiotis Giannakis e il centro Panagiotis Fasoulas, dimostravano di essere giocatori meritevoli di ben altri palcoscenici rispetto al campionato ellenico, da loro mai abbandonato.

Qualcosa ci si aspettava da un’altra “europea” emergente, la Germania, che subito dopo l’unificazione del paese tra Est e Ovest aveva organizzato in casa l’Europeo del ’93 e lo aveva clamorosamente vinto. Faceva così il suo esordio in un Mondiale (col centro Hansi Gnad, che aveva giocato a Desio) entrando dalla porta principale, ma la sua posizione finale di classifica, dodicesima, diede ragione a coloro che ritenevano quel successo fosse solo una combinazione fortunata di eventi favorevoli, difficilmente replicabili.

 

Nunzio Spina

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