Mondiali: Atene ’98
Il racconto di… Gregor Fucka

Un veterano in mezzo ai debuttanti… Non era facile ripetere la prodezza contro la Jugoslavia… «Nulla da rimproverarci sul sacrificio»…

Gregor Fucka è nato il 7 agosto 1971 a Kranj, in Slovenia (allora Jugoslavia). Prese la nazionalità italiana a 19 anni, quando Boscia Tanjevic lo prelevò da Lubiana e lo portò con sé a Trieste. Qui ha giocato quattro stagioni con la Stefanel, prima di approdare all’Olimpia Milano (stesso sponsor, stesso coach, praticamente stessa squadra), con cui ha conquistato uno scudetto e una Coppa Italia. Gli stessi due traguardi riuscì poi a raggiungerli a Bologna, con la Fortitudo, prima di trasferirsi in Spagna: inizia a Barcellona (due titoli nazionali e una Copa del Rey), poi va a Girona. Rientro in Italia a 36 anni per il finale di carriera: Virtus Roma, Fortitudo Bologna, Pistoia. Per la sua altezza, 2 e 15, era dotato di grande agilità, in virtù anche del suo fisico filiforme; ottimi tutti i fondamentali (col valore aggiunto dell’ambidestrismo), tanto da adattarsi indifferentemente al ruolo di pivot e di ala. Esordio in Nazionale a 20 anni, con Sandro Gamba; nell’era di Ettore Messina, i Goodwill Games del ’94 e due Europei; in quella di Tanjevic i Mondiali del ’98 ad Atene, due Europei (oro a Parigi ’99), l’Olimpiade di Sidney. Da qualche anno è entrato come allenatore del Settore Squadre Nazionali: responsabile del cosiddetto “progetto lunghi”, guida anche la Nazionale under 16 maschile, che sarà impegnata in agosto nell’Europeo di Udine.

Gregor Fucka in azione ad Atene ’98: è risultato il miglior marcatore degli azzurri ed è stato inserito nel quintetto ideale (dal periodico “Superbasket, agosto 1998”)

«Una Nazionale giovane, coraggiosa, con grandi potenzialità, forse ancora un po’ inesperta: così la rivedo quella che disputò il Mondiale del ’98 ad Atene… Era la prima Nazionale dell’era-Tanjevic, l’allenatore che mi aveva scoperto a Trieste e che mi aveva fatto crescere; conoscevo tutto di lui, della sua filosofia, del suo modo di concepire il duro lavoro in palestra, della sua fiducia nei giovani… Io avevo fatto già un mio percorso in maglia azzurra con Messina, dopo che Gamba mi aveva lanciato; avevo 27 anni, mi sentivo quasi un veterano in mezzo a tanti debuttanti, ma mi sono trovato subito a mio agio con loro, mi sentivo pienamente integrato nello spirito battagliero della squadra…».

«Credo che abbiamo disputato un ottimo Mondiale, anche se poi il sesto posto finale non poteva essere considerato un risultato altrettanto lusinghiero… È vero, potevamo fare qualcosa in più, anche arrivare a giocarci una medaglia, ma competizioni come queste sono sempre un po’ strane. Ti può capitare di battere la squadra che poi arriva prima, come è successo a noi con la Jugoslavia, e poi magari ti sfugge di mano la vittoria che pensavi più alla tua portata; e così ti ritrovi fuori dalle posizioni che contano… Che poi, a dire il vero, in quel Mondiale non c’è stato nulla di abbordabile per noi: abbiamo dovuto incontrare Russia e Stati Uniti, le altre due salite sul podio, formazioni sempre forti e piene di grandi giocatori; e poi anche la Grecia, avversario temibilissimo sul suo campo… Insomma, di prodezze come quella contro la Jugoslavia ce ne sarebbero volute più di una, ma non era facile…».

Fucka abbracciato dai compagni al termine della sorprendente vittoria contro la Jugoslavia (dove è risultato il top scorer); alle sue spalle De Pol (dal periodico “Giganti del Basket, n° 8-9, 1998”).

«Io alle prese col mal di schiena? Sinceramente non mi ricordo; e comunque se ce l’avevo, non mi restava altro che stringere i denti, e dare comunque il massimo (nonostante Tanjevic sia stato costretto a limitare il suo minutaggio, Fucka è risultato tra gli azzurri il più costante come rendimento e il miglior marcatore, determinante in diverse partite, n.d.r.) Questo è anche l’insegnamento che mi permetto di dare ai miei ragazzi: lamentarsi di dolori e dolorini non serve a niente; se ci sei, giochi e basta… Ecco, sotto il punto di vista dell’impegno, della volontà di sacrificarsi, non abbiamo avuto nulla da rimproverarci… Altrimenti sarebbe stato impossibile superare la Jugoslavia, ma anche battere la Lituania o lottare alla pari fino all’ultimo con gli Stati Uniti… Sarà mancata la lucidità in qualche frangente, ma abbiamo dimostrato di essere una squadra capace di competere con tutti; una mentalità che coach Tanjevic cercava continuamente di trasmetterci, e sappiamo che i fatti (vedi l’Europeo dell’anno dopo) gli avrebbero dato ragione…».

«Che io sia stato inserito nel miglior quintetto del torneo, quello sì, me lo ricordo! Non posso nascondere che la cosa mi abbia fatto piacere, anche perché il mio nome veniva affiancato a quello di veri fuoriclasse, come il mio vecchio amico Dejan Bodiroga, come il suo compagno di squadra Rebraca, come il russo Karasev… Devo dire, però, che avrei preferito mille volte barattare questo riconoscimento con una medaglia! Per me è sempre esistita la squadra, si vince e si perde tutti insieme; gli scorer individuali, così come i premi, lasciano un po’ il tempo che trovano…».

a cura di

Nunzio Spina

 

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