Daniela Motta, la bandiera del basket catanese

Ecco la storia della playmaker della Polisportiva… «Mi sono sempre divertita quando giocavo»… «I viaggi dei libri, coach Greco, il basket fino a 50 anni»…

«Mi sono sempre divertita quando giocavo!» Che fosse al Palazzetto di piazza Spedini ancora adolescente o in un paesello della Costa Azzurra alla soglia dei 50 anni, Daniela Motta ha sempre portato la sua grinta e il suo spirito eccezionale sui campi di basket, risultando una delle bandiere assolute del basket femminile etneo. In 17 anni d’attività senior, la play del ’52 ha totalizzato 213 presenze e 2.004 punti (almeno! visto che di quel periodo si sono persi 65 tabellini), tutti con la maglia della Polisportiva Catania. Nella storia del basket femminile catanese, a livello di punti hanno fatto meglio solo Marzia Ferlito, Cristina Cavaletti e Lorella Pasquinucci. Per presenze, solo la Ferlito l’ha superata.

La squadra del Liceo Cutelli che partecipò alla Coppa Sicilia 1968. La numero 4 è Daniela Motta

«Ho iniziato con il Cus Catania perché andava mia sorella Amalia – ci racconta lei, tornata a Catania dopo essere andata in pensione –. Poi passammo al Cutelli. Ricordo insieme a Giovanna Fiducia la Coppa Sicilia 1968: andavamo in 7 nella 500 di Alfredo Greco! Bei ricordi, eravamo quasi coetanee e sempre insieme, soprattutto a scuola. Non eravamo nella stessa classe, ma durante l’ora di educazione fisica eravamo autorizzate a fare pallacanestro insieme. Certo, ci allenavamo un anno per fare due partite, così facemmo la Promozione per fare un po’ d’esperienza. Nelle giovanili incontravamo poche squadre».

Gli inizi furono quasi pionieristici: periodicamente il basket femminile si ritrovava all’anno zero, si ripartiva dalla base, si risaliva, si tornava indietro. Nel 1969 arrivò la svolta: poco più di 50 anni fa, Greco iscrisse il Cutelli alla Promozione e diede inizio per la prima volta a un progetto che in continuità esiste tutt’ora, anche se sostenuto da un’altra società (la Rainbow). Era tutta un’altra pallacanestro, comunque.

«Era tutto più difficile – spiega Motta –, in primis perché eravamo solo catanesi e senza aiuti esterni. La nostra Serie B per me era più forte tecnicamente, ma è arduo fare paragoni perché oggi le ragazze sono mediamente più alte. All’epoca le lunghe le potevi fregare… oggi hanno una prestanza fisica e una velocità non paragonabile. Oggi ci si prepara molto meglio di allora. La nostra preparazione era riscaldarci prima delle partite… Negli ultimi anni venne Nello Massa, che ci faceva correre alle 6 del mattino al Boschetto!».

L’Eurogomma Catania nel 1971-’72; Motta è la prima a sinistra

La Motta era una giocatrice che si evolse strada facendo, crescendo sul campo in un mondo femminile che stava espandendosi rapidamente: «Con 10 cm in più avrei fatto strada – si rammarica –. Ero sempre selezionata per andare ai centri d’addestramento, ma loro cercavano persone lunghe e mi tagliavano fuori. Ero brava in difesa. Non segnavo molto, ma Alfredo mi fece il lavaggio del cervello per farmi segnare; ci ho messo un po’. Il ruolo del play è quello di servire la squadra».

La squadra della Polisportiva ascese in pochi anni dalla Promozione alla Serie B, per poi assestarsi in Serie C. «La Serie B era un campionato molto difficile – ricorda l’ex play –, arrivavamo sempre ultime! Mi ricordo una partita con Ragusa, persa in casa e vinta di due fuori, malgrado la paura di questa partita determinante… Ricordo una trasferta a Taranto dove arrivammo distrutte dopo un lunghissimo viaggio. E ricordo anche che si portavano i libri in trasferta! Viaggiavano che era una meraviglia… mai aperti! Io e Pia Sapienza studiavamo insieme, ma poi mi sono laureata in Francia, dove sono andata a vivere dopo essermi sposata».

La Polisportiva Catania 1977-78. La prima accosciata da sinistra è Daniela Motta.

La squadra catanese ha avuto per 17 stagioni sulle prime 18 Alfredo Greco come allenatore (e ancora oggi è assistant coach alla Rainbow!) «Alfredo ci ha sempre difeso in pubblico e cazziate negli spogliatoi. Ci telefonava a casa il sabato sera per sapere se eravamo a casa prima delle partite! E i genitori ne approfittavano e così ci pressavano per non uscire, anche se era difficile a prescindere, non come oggi». La squadra poi aveva uno zoccolo duro molto affiatato. «Mi sono cresciuta Cristina Cavaletti: ha iniziato a 14 anni, abitava a Belpasso, a volte io e Giovanna Fiducia o Pia Sapienza la andavamo a prendere, spesso rimaneva da me a mangiare o a dormire. Il nostro rapporto è diventato forte. Con Giovanna Fiducia invece ci conosciamo da quando avevamo 14 anni. Con Pia c’è un grande feeling. Poi le altre le ho perse di vista».

L’anno scorso è stato il momento della Cena d’Altri Tempila prima volta in cui molte delle ex cestiste di Polisportiva e Cstl si sono incontrate, insieme a moltissimi cestisti e allenatori della maschile. È stata l’occasione per rivedere qualcuno che non s’incontrava da anni e chiudere definitivamente vecchie rivalità adolescenziali. «I rapporti con la Cstl non erano mai buoni… – ride Daniela Motta – Nei contrasti ci ritrovavamo con i capelli strappati delle avversarie tra le dita! All’inizio c’erano le assi Polisportiva-Gad e Cstl-Sport Club, ma poi con il tempo la situazione è cambiata. Anche tra maschi si guardavano in cagnesco. Andavamo a vedere tutte le partite, i maschi giocavano sempre dopo di noi. In più la nostra partita coincideva con la fine di quella del Catania, i tifosi calcistici venivano al palazzetto e le nostre avversarie sempre pensavano che avessimo un gran pubblico!»

La cena d’altri tempi

Sul finire della carriera catanese, Daniela Motta allenò anche le giovanili della Polisportiva, curando una cestista che avrebbe vinto lo scudetto senior con Priolo, finora l’unica catanese ad esserci riuscita… «È passata da me Maria Grazia Ursino – ricorda –. Come tutte le adolescenti che diventeranno alte, era soprannominata Bambi perché aveva le gambe lunghe lunghe. Avrebbe potuto far di più, s’è bruciata andando a Priolo troppo giovane. Era un salto troppo importante a quell’età». 

L’ultima parte dell’esperienza della cestista inserita nel 2013 nell’effimera Catania Basket Hall of Fame è Oltralpe, da Nizza, dove ha vissuto gran parte della sua esperienza professionale. «Inizialmente la squadra con cui avevo trovato un aggancio per giocare era troppo distante da casa – spiega –. Ho ripreso così a 48 anni! C’era una squadretta di Nizza con cui ho chiesto di allenarmi. Mi hanno fatto provare, io tecnicamente ero ancora forte, avevo tanta voglia di giocare. Sono partita alla velocità dei 20 anni! Così mi hanno voluto far giocare. Facevo una settimana d’allenamento e una dal fisioterapista… È stato un anno simpatico e mi sono divertita! Adesso tifo Francia! Lavorano benissimo sia nella maschile che nella femminile. Non so perché non funziona in Italia».

Il bagaglio che il basket ha lasciato a Daniela Motta non è indifferente: «Il basket ti insegna a resistere nelle difficoltà – chiude –, a lavorare con gli altri anche quando non è facile, t’insegna l’umiltà, a farti sempre delle domande. Quando ho iniziato a insegnare italiano, mi sono detta che dovevo insegnarlo come allenavo il basket e penso di esserci riuscita: piano piano, smussando le difficoltà. La pallacanestro ti insegna tanto. C’era sacrificio, senza tornaconto: fatto così, lo sport dà molti insegnamenti. Ora non so se sia lo stesso, però ogni volta che sono a Catania e ne approfitto per vedere molte partite, mi appassiono sempre!»

Roberto Quartarone

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