Pasquetta 1927 a Parigi: nuovo trionfo azzurro!

Parigi, 18 aprile 1927. La nazionale italiana, con canotta azzurra e scudo sabaudo sul petto, affronta la sua prima partita in trasferta. In piedi, al centro, il riconfermato trio d’attacco, Canevini, Valera, Valli (da “Conoscere il Basket”).

La rivincita si fece attendere un anno, poco più; il tempo che arrivasse un’altra Pasqua. Dopo la sfida del 4 aprile 1926 a Milano, che segnò l’esordio assoluto della nostra Nazionale maschile di basket, Francia e Italia si ritrovarono di fronte il 18 aprile del 1927, a Parigi. La festività religiosa dava sicuramente un richiamo particolare all’evento; solo che stavolta si ritenne più opportuno, anche per rispetto delle tradizioni, trasferire l’appuntamento dalla festa domenicale al giorno dopo, la più scanzonata e permissiva Pasquetta.

Fu davvero una ri-vincita, nel senso che la rappresentativa azzurra uscì nuovamente vittoriosa. E se a Milano aveva suscitato un certo clamore lo scarto di sei punti (23 a 17) inflitto ai più quotati avversari – che a quei tempi autorizzava a parlare di netta vittoria –, altrettanta risonanza ebbe il 22 a 18 col quale l’impresa riuscì nuovamente, nonostante lo svantaggio di giocare in casa degli avversari.

L’Arènes de Lutèce in una foto d’epoca, proprio nel corso di un incontro di basket (da Musée du Basket).

La cornice prescelta per questa sfida-bis fu forse l’unica cosa in cui i transalpini si mostrarono superiori. Si giocò infatti all’Arène de Lutèce, un anfiteatro gallo-romano del 1° secolo a.C., dove anticamente si svolgevano spettacoli teatrali o battaglie gladiatorie, con gradinate che potevano ospitare fino a 17.000 persone. Ridimensionato e corroso dal tempo, e un po’ oppresso dalla mole di qualche edificio moderno, il sito archeologico non ha tuttavia mai perso il suo fascino e la sua identità storica, pur essendosi ritrovato nel pieno centro di Parigi (il cui vecchio nome romano era appunto Lutetia), in corrispondenza del Quartiere Latino. Ambiente suggestivo, non c’è che dire; un po’ come per noi adibire il Colosseo o l’Arena di Verona, fatte le debite proporzioni. Era quello, comunque, il luogo più nobile che la Francia aveva consacrato alla nascente disciplina cestistica.

Tempo clemente e fondo in terra battuta riproposero le stesse condizioni della partita disputata l’anno prima a Milano. Gli spettatori, però, furono decisamente più numerosi, e anche questo faceva parte della cornice più avvincente: circa 4.000 gli spettatori, a riempire ampi spazi di quel che si era conservato della cavea di un tempo. Le cronache – quelle locali – parlarono di un match âpre (aspro); di due stili a confronto, quello francese e quello americano praticato dagli italiani (pensate un po’!); e di quanto avesse influito l’assenza di regole internazionali harmonisées (traduciamo come “equilibrate e condivise”) sulla diversa interpretazione del gioco e dell’arbitraggio, dato che con ogni probabilità erano presenti anche stavolta due arbitri, ognuno in rappresentanza della rispettiva nazione. La sconfitta, tuttavia, fu considerata honorable dalla stampa francese, e l’avvenimento perfettamente réussi. Con buona pace di tutti.

I cestisti della Nazionale francese, che nell’occasione indossano una maglia bianca, con colletto e maniche lunghe; notare lo stesso sfondo della omologa foto per la squadra italiana (da Musée du Basket).

Rispetto al quintetto che aveva avuto il privilegio di tenere a battesimo la Nazionale italiana, ci furono solo tre conferme: era il trio d’attacco Canevini-Valera-Valli, che con nove “cesti al volo” e cinque “cesti da fermo” aveva allora totalizzato il bottino finale di 23 punti, e che quindi meritava una riconferma. Puntuale la risposta sul campo di Parigi: un solo punticino in meno, come dire che il modulo aveva funzionato ancora. Stavolta, nella diversa distribuzione dei parziali, venne fuori nel tabellino una “doppia cifra”, la prima nella storia dei cestisti azzurri: apparteneva a Carlo Canevini, 12 punti per lui, punteggio che in quegli anni pioneristici poteva equivalere a più della metà del totale.

Le novità furono in difesa e in… panchina, perché stavolta si pensò bene di convocare un elemento in più rispetto allo striminzito quintetto della partita d’andata, un sesto uomo che poteva essere utilizzato per un utile cambio nel corso della partita. I tre nomi nuovi erano quelli di Sessa, Caccianiga e Besozzi; tutti “difensori”, o tali all’occorrenza, che a quanto pare non fecero rimpiangere i loro predecessori, dato che di punti ne concessero 18, appena uno in più. Era trascorso un anno, ma la palla al cesto – come si può vedere – era ancora imprigionata da gergo e metodi calcistici.

Maglia commemorativa dell’evento, con didascalia sulla manica destra (da Musée du Basket).

Tutti milanesi i giocatori, vecchi e nuovi. Quattro di loro (il trio d’attacco, più Sessa) militavano nell’ASSI Milano, che proprio in quell’anno vinse il sesto e ultimo dei suoi, quasi consecutivi, titoli tricolore. Squadra in cui figurava, da giocatore, anche Bruno Bianchi che in quella trasferta francese assunse il ruolo di allenatore, succedendo così al pioniere Marco Muggiani.

Il debutto all’estero della Nazionale italiana valse anche quella della maglia azzurra, in canotta con collo a V, sempre con scudo sabaudo sul petto. A Milano, per dovere di ospitalità, era stata indossata la maglia bianca, lasciando quella azzurra agli ospiti. La cortesia venne ricambiata all’Arène de Lutèce: furono i francesi a indossare una maglia bianca, che stranamente era a maniche lunghe e colletto (una tenuta stile rugbystico), con l’immancabile galletto rosso cucito sul lato cuore. Maglia che evidentemente ha assunto col tempo il valore di una icona, visto che nel 2011 è stata realizzata per appassionati e collezionisti francesi una replica di quel modello, con tanto di didascalia commemorativa sulla manica: “France-Italie, Basket-ball, 18 Avril 1927”.

Nunzio Spina

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