“Forza Pippo!”, quella speranza rimasta vana

Ninni Gebbia si esibisce in un assisst sotto canestro, ostacolato da Pippo Borzì durante un Virtus-Viola del 1979 (archivio Ninni Gebbia).

Il virus terribile ci toglie un altro importante pezzo di storia del basket catanese e siciliano. Ce lo strappa proprio dalle mani, dopo nove giorni di Rianimazione, di angosce e di vane speranze. Pippo Borzì, 65 anni, ex giocatore e allenatore, una vita per la pallacanestro, si è staccato dall’abbraccio virtuale dei suoi cari e dei suoi tanti compagni di avventura sportiva, e all’approssimarsi di un ennesimo tramonto “è volato in cielo”, come la moglie Viola ha annunciato in un messaggio, delicato quanto carico di tristezza.

Dolore e incredulità sono sentimenti da cui non ci si può liberare, adesso. Uno sportivo, un fisico sano, un uomo abituato ad affrontare nella vita anche le prove più dure, e a superarle con la sua forza d’animo e col suo perenne sorriso, non poteva farsi sopraffare così! Eppure è successo. E tutti ci sentiamo ancora più impotenti davanti a questo maledetto “virus con la corona”, tutti comprendiamo meglio – quando è una parte della nostra vita che se ne va – l’attuale dramma della fragilità umana.

Borzì e Sensi non riescono a contenere Dino Meneghin (foto “Espresso Sera”)

Avevamo creduto in lui e nelle sue capacità di reagire, lo avevamo incoraggiato nella nostra chat di “Basket d’altri tempi”, con quel “Forza Pippo!” ormai memorizzato nella tastiera del cellulare. Qualche vecchio compagno di squadra aveva rispolverato slogan di incitamento quando c’era da stringere i denti in campo per conquistare una vittoria. Come se lui ci potesse ascoltare, e magari rassicurarci col suo sorriso… Niente. Era solo una maniera di esorcizzare la nostra preoccupazione! E a nulla, purtroppo, sono valse anche le frasi di incoraggiamento e di conforto a Viola, che sostituitasi al marito nella chat cercava di tenerci aggiornati sulle condizioni di Pippo, e di tanto in tanto lanciava appelli e suppliche in messaggi vocali che spezzavano il cuore.

Siamo sconvolti, e vorremo quasi chiuderci nel silenzio. Ma ci dobbiamo provare a ricordare Pippo col sorriso e la grinta di allora. A ricordarlo quel giorno in cui – all’alba degli anni 70 – si presentò al Palazzetto di Piazza Spedini davanti al prof. Santi Puglisi, che ci mise un attimo a capire che quel ragazzo con braccia e gambe lunghe poteva presto diventare il pivot che il suo Sport Club stava cercando.

Un timeout durante Viola-Virauto del 2010

Con Luciano Cosentino formava una coppia affiatata dentro e fuori dal campo; campionati giovanili e prima squadra, la serie C, la nuova generazione che avanzava, l’indimenticabile sfida di Coppa Italia con l’Ignis Varese. Restò in maglia amaranto fino al ’75, quando Puglisi era già emigrato a Roma, e lui cercava – com’era giusto che fosse – squadre che potessero valorizzare le sue qualità tecniche, anche nel ruolo di ala. Così lo vedemmo andar via da Catania: Viola Reggio Calabria, Virtus Ragusa, livelli più alti, sempre tra i protagonisti, sempre apprezzato dagli allenatori di valore nazionale che trovava sulla sua strada.

Restava uno dei nostri, comunque. La maglia dello Sport Club la rindossava volentieri quando c’era qualche torneo estivo a dargli la possibilità. “Ca’ semu, Pippu”, il vecchio ritornello per accoglierlo di nuovo, l’abbraccio per dimostrarci il suo immutato affetto. Vestì anche la maglia del Gad Etna sul finire della sua carriera, così come quella del Giarre e dell’Acireale, e a quel punto tutto il basket catanese aveva imparato a stimarlo, come giocatore e come uomo.

Max Reale e Pippo Borzì ai tempi della Virauto (foto Roberto Quartarone)

Poi la lunga carriera di allenatore. Ben dodici anni vissuti a Ragusa – diventata praticamente la sua seconda casa – con l’esaltazione di avere guidato da head coach la Virtus in serie B, fino ai play-off per la promozione. E ancora Catania, con le panchine “femminili” di Palmares in A2 e di Rainbow; con la Virauto in serie B, con cui aveva riacceso gli entusiasmi del settore maschile. Solo quattro anni fa l’addio definitivo al basket.

Se proviamo a pensare quanti giocatori gli sono stati compagni di squadra e quanti, tra ragazzi e ragazze, sono passati sotto i suoi insegnamenti e i suoi consigli da allenatore, immaginiamo una immensa folla che adesso è là, con le mani giunte e con le lacrime agli occhi. Morire in solitudine e non poter essere salutato neanche dopo essere appena volato in cielo è stato forse l’ultimo amaro scherzo che il destino potesse riservargli.

Nunzio Spina

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