Europei di basket: Praga 1947
L’URSS accende una nuova era!

La prima nazionale di van Zandt, ma senza di lui oltre la cortina di ferro… Un torneo altalenante… Tracuzzi, primo siciliano in Nazionale…

Una delle prime foto ufficiali della Nazionale di Van Zandt. Si riconoscono: in prima fila, col pallone in mano, Sergio Stefanini (che però non parteciperà all’Europeo di Praga) e alla sua sinistra, braccia conserte, Vittorio Tracuzzi; in seconda fila, all’estrema destra, l’allenatore in seconda Mino Pasquini; in terza fila, da destra, Elliot Van Zandt e Giancarlo Primo.
Una delle prime foto ufficiali della Nazionale di Van Zandt. Si riconoscono: in prima fila, col pallone in mano, Sergio Stefanini (che però non parteciperà all’Europeo di Praga) e alla sua sinistra, braccia conserte, Vittorio Tracuzzi; in seconda fila, all’estrema destra, l’allenatore in seconda Mino Pasquini; in terza fila, da destra, Elliot Van Zandt e Giancarlo Primo.

Era trascorso solo un anno dall’ultima edizione degli Europei. Sembrò una eternità. Una nuova epoca aveva avuto inizio, quella dell’Unione Sovietica, il colosso che per più di 40 anni avrebbe dominato la scena, salendo sempre – puntualmente –sul podio, fin quando in pratica cessò di esistere. E una nuova epoca cominciò a vivere anche la Nazionale italiana, affidata per la prima volta a un allenatore straniero, per dare l’impronta giusta, quella americana, a un gioco rimasto ancora allo stato grezzo. Una svolta secca, per la quale si dovette pagare un prezzo: formazione completamente rivoluzionata, gioco da reinventare, nono posto finale, il peggior piazzamento fino allora. Era trascorso solo un anno dall’argento azzurro di Ginevra; sembrò proprio un’eternità!

La Cecoslovacchia aveva guadagnato il diritto di ospitare la manifestazione, grazie al successo dell’edizione precedente; la passione cestistica nei paesi dell’Est era una garanzia di successo, e infatti la capitale Praga rispose con una partecipazione di pubblico da tutto esaurito. Record anche nel numero di squadre partecipanti, ben quattordici; pur di far loro spazio vennero formati 4 gironi di qualificazione ripartiti in maniera diseguale. Oltre al nuovo ingresso in pompa magna dell’Unione Sovietica – che però raccoglieva in buona parte l’eredità dei paesi baltici – si registrò il debutto di diverse altre nazioni, tra cui quello di una Jugoslavia ancora novellina.

Elliot Van Zandt, il primo allenatore straniero della Nazionale italiana.
Elliot Van Zandt, il primo allenatore straniero della Nazionale italiana.

La svolta della nostra Nazionale aveva un nome tipicamente olandese, ma il colore nero americano di un ufficiale della US Army, di stanza sulle nostre coste dopo lo sbarco alleato: nome e colore di Elliot Van Zandt, professore di Educazione Fisica originario dell’Arkansas, a capo di un dipartimento militare di atleti. Il neo presidente della FIP, Aldo Mairano, era andato personalmente a prelevarlo in un accampamento sul litorale livornese, dopo una sconfitta in amichevole con la Francia, nel febbraio del ’47, che aveva messo a nudo l’arretratezza del nostro basket. Van Zandt ebbe appena il tempo di visionare i migliori giocatori italiani in un torneo di Pasqua a Milano, la Coppa Marinone (in quei primi anni del dopoguerra il campionato era ancora molto frammentato), e a lanciare il suo umile messaggio: «fundamental fundamentals», che voleva dire «sono fondamentali i fondamentali».

Gli Europei di Praga, a fine aprile, erano ormai alle porte: in un collegiale a Varese non si poté andare al di là di qualche ripasso dei fondamentali (appunto); poi la partenza, peraltro senza di lui, Van Zandt, che essendo statunitense (e per di più militare) non poteva attraversare la cortina di ferro tracciata alla fine della Seconda Guerra Mondiale per dividere l’Est dall’Ovest.

Fu ancora Mino Pasquini a guidare la formazione azzurra, dove erano stati confermarti solo cinque elementi della precedente spedizione svizzera: Cesare Rubini (già impegnato nel doppio ruolo di giocatore e allenatore dell’Olimpia Milano, oltre che nelle vasche di pallanuoto), De Nardus, Cattarini, Fagarazzi e Pellarini. Senza il contributo di Sergio Stefanini, andato a cercare fortuna in Brasile, ci si era affidati a una nuova generazione di cestisti, sui quali il contagio americano sembrava attecchire meglio: Sergio Ferriani della Virtus Bologna (in quegli anni dominatrice del campionato), Giovanni Miliani dell’Olimpia, Severino Radici della Triestina, Guido Garlato ed Enrico Garbosi della Reyer Venezia, e soprattutto l’agguerrito gruppo della Ginnastica Roma (squadra allenata dal rivoluzionario Francesco Ferrero, che la tecnica del basket americano l’aveva appresa in una lunga prigionia), costituito da Massimo Lucentini, Carlo Cerioni, Giancarlo Primo e Vittorio Tracuzzi, primo siciliano ad approdare in maglia azzurra.

La partita d’esordio contro l’Albania, i cui giocatori entravano in campo ancora scalzi o con scarpette di emergenza, creò forse l’illusione di una facile qualificazione (60 a 15); non si erano fatti i conti con l’Egitto (che con noi aveva un conto in sospeso da quel famoso reclamo di dieci anni prima, e ci superò 43 a 38) e con l’insospettabile Belgio (contro il quale non fummo in grado di fare più di 21 punti, concedendone 34). Fuori dal girone finale, l’altalena continuò con la Jugoslavia (erano ancora i tempi in cui si poteva battere facilmente, 59 a 33), con l’Olanda (che ci sconfisse 39 a 34), infine con la Romania (nella finale, vinta 55 a 39, che valeva soltanto il nono posto). Insomma una delusione, o comunque una riflessione: in Europa il nostro basket non era affatto all’avanguardia, e c’era solo tanto da lavorare, come Van Zandt andava predicando.

La vetrina fu tutta per l’URSS, che dopo avere spazzato via la concorrenza delle «alleate» Jugoslavia, Ungheria, Bulgaria e Polonia (con l’intermezzo di una non stratosferica vittoria con l’Egitto, 46 a 32), si permise di dare una dura lezione ai padroni di casa della Cecoslovacchia nella finale per l’oro (56 a 37), dando prova di una notevole forza in campo sportivo, dopo averla ostentata in quello militare e politico. I migliori giocatori provenivano ancora da là, dalle sponde del Mar Baltico: come l’estone Joann Lissov (miglior giocatore del torneo), che si era formato alla scuola americana di tale Herbert Muller, in un collegio di Tallin; o come i lituani Batautas e Petkevicius. Ma c’era anche la Georgia, col gigantesco Korkia, e la stessa Russia, con Konev e Moiseev, nomi che si sarebbero ancora legati a tanti altri successi. Il basket si era diffuso nell’Unione Sovietica per quanto sterminata era la sua estensione: la forza stava anche in questo.

Tale il dominio dei rossi sovietici da lasciare in ombra un altro importante risultato – se vogliamo ancora più clamoroso – di quegli Europei: la medaglia di bronzo dell’Egitto, che perse solo una partita (quella con l’URSS di cui si detto) e nella finale per il terzo posto riuscì a superare per la seconda volta il Belgio, dopo averlo battuto in qualificazione. La bella favola della squadra delle Piramidi era appena all’inizio…

Nunzio Spina

Ginevra 1946Il Cairo 1949

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