Europei di basket: Wroclaw 1963
Il ricordo di … Paolo Vittori

La Nazionale rimaneggiata… Korac la roccia… Il capitano degli azzurri e la festa al termine della competizione…

Paolo Vittori è nato a Gorizia, il 31 maggio del 1938. Messosi in luce nella squadra della sua città, fin dall’età di 18 anni venne reclutato dal prof. Paratore per entrare nel giro della Nazionale. Dopo un anno a Bologna, con la Motomorini, cominciò nel ’59 la sua bella avventura con il Simmenthal Milano: sei stagioni, quattro scudetti, due volte miglior marcatore della serie A. Fu una bandiera anche dell’Ignis Varese (cinque campionati, e altri due titoli tricolore), con un intermezzo “in famiglia” a Napoli (Ignis Sud). A Rieti chiuse la carriera di giocatore, e per un anno si cimentò nel ruolo di allenatore. In Nazionale fu l’uomo delle Olimpiadi (Roma ‘60, Tokyo ‘64, Città del Messico ‘68), distinguendosi sempre per le sue doti di tiratore. Uno soltanto, invece, l’Europeo al quale prese parte, nel 1963.

Paolo Vittori

“Se devo parlare di Wroclaw, dico ancora oggi che la nostra Federazione non avrebbe dovuto permettere che si andasse a quell’importante appuntamento con una formazione così rimaneggiata. Io ero l’unico reduce delle Olimpiadi di Roma, dove le quotazioni del basket azzurro erano balzate in alto; con tutto il rispetto per i giovani che furono buttati nella mischia all’ultimo momento (e che comunque in futuro avrebbero avuto modo di dimostrare il loro valore), sono convinto che bastava avere in squadra due o tre giocatori più esperti per puntare alla zona medaglia!”

“La partita con la Jugoslavia… maledizione! Loro erano fortissimi, avevano un Korac che era una vera roccia, e gli altri non scherzavano. Eppure ce la giocammo punto a punto; alla fine la vittoria sembrò ci venne sfilata di mano… Poi ci fu un crollo psicologico, e praticamente non riuscimmo più a rialzarci!”.

“Personalmente, comunque, fu una buona esperienza per me. Non ricordo quanti punti misi a segno (glielo diciamo noi, 148, più di 16 di media, n.d.r.), anche perché in quella occasione come tutte le altre, sia che vestissi la maglia della Nazionale che quella di un club, il mio primo obiettivo era quello di giocare per far vincere la squadra. Chi mi ha conosciuto lo può testimoniare. Se poi risultavo primo nella classifica dei marcatori, naturalmente ero più contento…”.

“In quell’Europeo ebbi anche l’onore di essere eletto capitano della squadra, ed era talmente importante per me questo riconoscimento, che mi sentii in dovere di organizzare una festa, alla fine del torneo. Invitai ovviamente i miei compagni di squadra, e ci riunimmo in una casa privata con ragazzi conosciuti proprio a Wroclaw (la gente del luogo si mostrò davvero molto ospitale con noi). Finì a balli e bevute, e per un po’ dimenticammo la delusione del campo…”.

a cura di

Nunzio Spina

 

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