Europei di basket: Wroclaw ’63-Mosca ’65
Il ricordo di… Corrado Pellanera

 

«Mi lasciò più l’amaro in bocca la semifinale di Mosca»… Nel 1963 una formazione sperimentale…

Giusto “Corrado” Pellanera è nato a San Nicolò a Tordino, in provincia di Teramo, il 12 marzo del 1938. Iniziò a giocare a basket seguendo la scia dei fratelli più grandi, con la D’Alessandro Teramo, che allora militava in serie B. Meritevole di palcoscenici più importanti, a 20 anni fece il suo debutto nella massima serie con la Virtus Bologna, società in cui disputò dieci stagioni. Alto 1 e 87, era dotato di un fisico agile e di una forza atletica esplosiva, che gli permetteva di conquistare più rimbalzi dei lunghi, oltre a distinguersi come rubapalloni e contropiedista. La sua dedizione avrebbe meritato qualcosina in più dei quattro secondi posti e dei cinque terzi posti che totalizzò nella sua prima parentesi bolognese. Ce ne fu infatti anche una seconda, sulla sponda Fortitudo, dopo un anno a Udine e prima di chiudere la carriera a 35 anni. In Nazionale maggiore fece il suo esordio nel ’60, in Argentina, in una tournée di preparazione alle Olimpiadi Roma, dove i posti da titolare però erano già occupati. Per la prima competizione ufficiale dovette attendere il ’63, quando prese parte ai Mondiali in Brasile e all’Europeo di Wroclaw. Chiamato e voluto da Paratore, continuò con lui la sua parabola azzurra, attraversando due Olimpiadi, più un altro Europeo e un altro Mondiale.

Entrata in palleggio di Corrado Pellanera con la maglia della Nazionale; lo contrasta il fuoriclasse jugoslavo Korac.

Wroclaw ’63 e Mosca ’65 sono stati i miei due Europei. Un dodicesimo posto in Polonia, un quarto in Russia, ma se devo dire quale fu quello che mi lasciò di più l’amaro in bocca, non posso che indicare il secondo dei due. A Mosca avremmo dovuto conquistare l’argento, avevamo disputato un ottimo girone di qualificazione, e con la fortissima Jugoslavia, in semifinale, ci trovammo in mano il pallone per il canestro decisivo, sotto di un punto… Ci restò tra le mani quel pallone, tiro io, tiri tu, la paura prese il sopravvento e… Addio finalissima e morale sotto i tacchi, tanto da lasciare che la Polonia, assolutamente alla nostra portata, si portasse via il bronzo…”.

“Eravamo una squadra strana, questa è la verità! Alternavamo partite bellissime ad altre in cui ci perdevamo letteralmente… Sempre a Mosca, per esempio, fummo in grado di battere formazioni del calibro di Cecoslovacchia, Ungheria e Romania, ma anche di perdere con la Finlandia… E in fondo, era successa più o meno la stessa cosa due anni prima a Wroclaw: battuta Ungheria (che allora era ancora più forte) e Israele, ci si trovò a giocarsi tutto con la Jugoslavia, che ci sconfisse di misura anche quella volta… Il contraccolpo psicologico ci fece precipitare al dodicesimo posto…”

“Però nel ’63 la squadra aveva molte attenuanti. Di fatto era una formazione sperimentale, con molti giovani, che coach Paratore (secondo me giustamente) cercava continuamente di inserire per assicurare un futuro alla Nazionale, mettendo anche da parte il suo interesse personale. In quella occasione le Olimpiadi di Tokyo dell’anno dopo costituivano sicuramente un obiettivo più importante…”.  

 

a cura di

Nunzio Spina

 

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