Chamberlain: il bel suono dei 100 punti!

2 marzo 1962. Wilt Chamberlain, n° 13 dei Warriors Philadelphia, festeggiato da compagni e pubblico per il record dei 100 punti appena realizzato (da “Sport Illustrated, Basketball’s Greatest”).

La data è ancora là, scolpita nella storia: 2 marzo 1962. Non sono bastati cinquantotto anni a cancellarla. E neanche l’avvento del “tiro da tre”, che nelle statistiche dei marcatori ha aperto l’era nuova dei record, rendendo ingeneroso ogni confronto. Alla domanda “Chi ha segnato di più in una partita di basket?”, la risposta – da allora – è sempre quella: Wilt Chamberlain, 100 punti. Tutti in moneta da due e da uno!

Il teatro era la NBA, non un tendone di periferia. Quindi il meglio del meglio al mondo; ieri come oggi. Wilton Norman Chamberlain, nato a Philadelphia, in una famiglia in cui papà e mamma dovevano faticare per mandare avanti nove figli, brillava già di luce propria con i Warriors della propria città, prima che il titolo dei “guerrieri” si trasferisse a San Francisco, dalle rive di un oceano all’altro. Il più pagato della lega, lui, lo era fin dal momento in cui aveva messo piede nel professionismo; per diventare il più forte doveva superare in bravura il mostro sacro dei Boston Celtics, Bill Russell, e a giudizio dei più riuscì anche in questo.

Dall’alto dei suoi 2 e 16, ma anche della sua sorprendente agilità e della sua impareggiabile capacità di far canestro, Wilt viaggiava già a suon di primati da due stagioni a quella parte. Nella sua partita d’esordio in NBA, ottobre del ’59, ne aveva già rifilati 43, di punti, ai New York Knicks (inconsapevoli di essere appena entrati, nei suoi confronti, in una spirale da vittime predestinate). Poi era diventato il primo giocatore a sfondare il muro dei 3000 punti e quello, non meno prestigioso, dei 2000 rimbalzi. Dominava incontrastato sotto i tabelloni, a tal punto che per frenarlo qualcuno pensò bene di introdurre la regola dei “tre secondi”. Che a lui, a quanto pare, non fece né caldo né freddo.

La stagione ’61-’62 l’aveva iniziata alla grande. Media di 50 punti a partita, abbastanza per scatenare l’euforia del suo nuovo coach, Frank McGuire, che la buttò lì: “Prima o poi raggiungerà i cento punti!”. Sì vabbè… E invece accadde veramente. Per disputare l’incontro casalingo del 2 marzo, i Warriors di Phila si erano trasferiti in un paesino della Pennsylvania, Hersbey, il cui impianto poteva contenere non più di 4000 spettatori, quasi che tutto fosse predisposto per dar vita a un evento particolare ed esclusivo, visto che non c’erano neanche telecamere a riprendere. Gli avversari di turno erano proprio i New York Knicks, poverini; in quella occasione, tra l’altro, dovevano fare a meno del loro “centro” titolare, tale Phil Jordon, ufficialmente indisposto, in realtà ancora alle prese con una sbornia (destinata anch’essa a entrare nel novero delle provvidenziali fatalità).

Foto storica della NBA. Chamberlain mostra il foglio di carta sul quale, a fine partita, ha tracciato le fatidiche tre cifre (da “Sport Illustrated, Basketball’s Greatest” – AP Photo/Paul Vathis)

Chamberlain, indisturbato o quasi, cominciò a colpire con irrisoria facilità. Palla a lui, tiro e canestro; oppure tiro, rimbalzo e canestro. Alla fine del primo quarto, 23 punti; all’intervallo, 41. Quando alla fine del terzo quarto il bottino personale era salito a 69, si cominciò a pensare seriamente all’impresa; ma la frequenza delle sue realizzazioni doveva alzarsi, e tutta la squadra doveva giocare – spudoratamente – per lui. Coach McGuire, fiducioso della sua profezia, fece buon viso. Il pubblico invocò a gran voce un solo nome e un solo traguardo. A 1’ e 17” dalla fine Wilt aveva toccato quota 98, ma per gli ultimi due punti ci vollero i sospiri di due tentativi sbagliati, prima che una schiacciata (ci voleva quella, sì) mettesse la firma sul record dei 100.

Il risultato finale (169 a 147) avrebbe chiaramente dimostrato che le difese non erano praticamente esistite. Ma mentre i padroni di casa, una volta sicuri della vittoria, lasciavano volutamente campo libero per avere più tempo a disposizione in attacco, dalla parte dei Knicks ci si affannava in tutte le maniere ad arrestare l’impeto di Chamberlain, con le buone o con le cattive dei tanti falli commessi. Non riuscirono a fermarlo. Quel numero 13 soprannominato The Stilt (La Guglia) aveva conquistato 25 rimbalzi, aveva effettuato 63 tiri, era andato a segno 36 volte, che moltiplicato per due fa 72 punti. Il resto venne dai 28 “liberi” realizzati su 32, una percentuale altissima in assoluto, straordinaria per lui che in questo fondamentale mostrava il suo unico punto debole. Evidentemente in quel 2 di marzo del ’62 – segnato dalla sorte – stava scritto che tutto doveva riuscirgli alla perfezione.

Per festeggiare, a fine partita, gli procurarono un pennarello e un foglio di carta bianco, sul quale tracciò le fatidiche cifre, I 0 0. Un po’ pasticciate, per la verità, dovette ricalcare più volte; ma andava bene così. Sorriso per la stampa, prego; click, foto! Immagine immortalata anch’essa, e mai più cancellata, al pari della data.

Il complimento più originale e più simpatico – diciamo così – lo ricevette da un suo compagno di squadra, che negli spogliatoi gli sussurrò all’orecchio: “I am really happy you didn’t score one more basket. One hundred points sounds a lot better than 102”. Eh già; in quei lunghi 77 secondi finali ne avrebbe potuto tranquillamente segnare un altro di canestro e arrivare a 102. Ma non avrebbe avuto lo stesso bel suono dei 100. Meglio lasciare ad altri un record così… “stonato”. Il problema è che, da cinquantotto anni, l’NBA sta ancora aspettando che qualcuno si faccia avanti! 

Nunzio Spina

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