Il basket catanese piange Valerio Cavaletti

Un vuoto incolmabile… Un lungo: rarità negli anni ’70… La lunga carriera nello Sport Club… Il passaggio dal Gad e Licodia… Le radici del basket ad Adrano…

Ci mancava già da un po’. Nei messaggi del gruppo WhatsApp e nelle rimpatriate del basket catanese “d’altri tempi”, negli abbracci e nei sorrisi di un “che bello rivederci!”. Valerio non c’era, e ci mancava. Una tristezza quel vuoto, immaginarlo lì, in compagnia del suo male, avvolto da un destino inesorabile che ci rendeva tutti impotenti.

Valerio Cavaletti nello Sport Club 1971-’72 (archivio Giacomo Vitale)

Poi la notizia che rabbuia un mattino: “Amici cari, Valerio Cavaletti ci ha lasciati…”. Si può essere consapevoli, preparati mai. Il vuoto vero è adesso, lo smarrimento pure. “Ciao Valerio…”, “Che grande dispiacere…”, “Riposa in pace…”. Il cellulare che vibra incessantemente questi messaggi sembra ritmare il suono del nostro animo afflitto. Persino le lacrime degli emoticon – una volta tanto – riproducono fedelmente la reazione di chi ha appena saputo.

 

Non ci resta che abbracciarlo nel ricordo, il nostro Valerio. E qui ci riappare con quel suo muoversi dinoccolato, il volto sereno e allegro, la battuta sempre pronta a uscire da sotto il baffo. In stretto dialetto catanese, lui che era nato (nel 1952) ed aveva trascorso l’adolescenza a Castel Maggiore, in provincia di Bologna, prima di trasferirsi a Belpasso con la famiglia. Si può dire che il suo carattere, così pieno di buonumore, di bontà, di amore per la vita, era il prodotto di un felice incrocio tra i l’indole emiliana e quella siciliana.

 

Sembra di rivederlo sul parquet del Palaspedini. Un pivot elegante nei fondamentali, spalle e gomiti spigolosi che si facevano spazio sotto canestro senza mai il minimo accenno a una scorrettezza. Il prof. Santi Puglisi – come ricorda Giacomo Vitale, che gli è stato anche collega all’ISEF di Palermo, oltre che compagno di squadra – lo trascinò al basket e al suo Sport Club dopo averlo visto una volta, casualmente, all’uscita da scuola, all’Archimede. Era alto 1,90, un lusso per quei tempi; e a 17 anni, a quei tempi, si poteva anche cominciare a giocare. Valerio ci mise poco a imparare il mestiere.

 

Valerio Cavaletti nel 1977-’78, con la maglia della Mecap Catania (archivio Nunzio Spina)

Primi anni ’70. Nello Sport Club che fioriva e sognava, Cavaletti si guadagnò sempre più un ruolo da protagonista. Lui c’era quando la squadra conquistò la promozione in serie C; e ancor più si mise in luce le stagioni successive nella categoria superiore. C’era quella sera del 14 marzo 1973 quando toccò anche a lui l’onore di affrontare, in Coppa Italia, i giganti dell’Ignis Varese: si prese lo sfizio di strappare la “palla a due” iniziale a Dino Meneghin, mandando a canestro Pippo Famoso, che ben sapeva di chi poteva fidarsi.

Quindici anni di carriera da giocatore, dieci dei quali vissuti con la maglia amaranto dello Sport Club, prima con Santi Puglisi in panchina, poi con Elio Alberti. Una stagione a Palermo (’75-’76), dove Valerio frequentava l’ISEF, e la squadra della MMP non poteva farsi sfuggire questa occasione. Poi una a Caltanissetta, con la Robur (assieme a Famoso, che a buon titolo adesso lo ricorda come “impareggiabile compagno di tante sfide sportive”). Fino al passaggio sull’altra sponda catanese, col Gad Jägermeister di Enzo Molino, nel ’79-’80, quando si lottò fino all’ultimo per la promozione in B.

Una artrosi precoce delle anche lo costringeva a stringere sempre più i denti. Decise di ripiegare nelle serie inferiori, non di ritirarsi. Anzi, duplicò il suo impegno, perché a Santa Maria di Licodia (Promozione e serie D) si calò nel doppio ruolo di allenatore-giocatore. Al servizio della squadra, dentro e fuori; mai in primo piano, mai una prevaricazione. Spesso chiedeva lui stesso il cambio per sé: “Fatemi capire meglio la partita!” rispondeva a chi gli faceva notare che era meglio che restasse in campo.

 

Valerio Cavaletti nel 1979-’80, con la maglia dello Jägermeister Catania (archivio Nunzio Spina)

Esercitava con impegno la sua professione di insegnante di educazione fisica ad Adrano. E volentieri organizzava gruppi di addestramento al basket: da quei primi embrioni di squadre, sarebbe nata la scintilla che creò lo Sporting Club che oggi partecipa alla Serie C Silver. Gli piaceva insegnare ai giovani, e magari lanciarne qualcuno. Tutto con discrezione, però. Quasi nel silenzio delle palestre di provincia. Un po’ come amava vivere con la famiglia nella quiete della sua Belpasso. Il che non gli impediva di coltivare mille interessi, a leggere e a studiare di tutto; se trovava un interlocutore, poteva anche incantarlo con le sue argomentazioni.

In compagnia degli amici, in realtà, ci stava benissimo e loro con lui; barzellette, aneddoti, la sua risata – a risentirla – coinvolge ancora adesso. Se poi ci si sedeva attorno a una tavola imbandita, lo vedevi mangiare di gusto, e ogni volta tutti a chiedersi dove andasse a finire tutta quella roba, che neanche un filo di grasso aveva!

 

Ricordi, flash che ritornano alla mente. Con i quali ci piacerebbe cacciare via la visione – anche solo immaginata – degli ultimi periodi pieni di sofferenza. È così che la famiglia del basket catanese vuole unirsi alla famiglia di Valerio, al dolore della moglie Rosanna, dei figli Laura e Leonardo. Mentre la sorella Cristina, che fa parte di entrambe, vorremmo stringerla forte a noi. Il suo funerale sarà domani 5 ottobre alle 15.30 presso la chiesa madre di Belpasso.

 

 

Nunzio Spina

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