Ursino: la prima catanese in A1 e Nazionale

Maria Grazia Ursino con la canotta della Sicilia al Trofeo Decio Scuri 1985 (foto D’Agata-“La Sicilia”)

«La Ursino è la rivelazione, è una ragazza d’oro, l’ho scelta come capitano e non me ne ha fatto pentire. In questi giorni è maturata». I giovani coach Gabriella Di Piazza e Nino Molino sono i maggiori sponsor di Maria Grazia Ursino, la lunga della Polisportiva Catania che nell’estate 1985 è decisiva al Trofeo Decio Scuri (l’odierno Trofeo delle Regioni) disputato al Palazzetto di piazza Spedini, a due passi da casa. Classe ’70, l’etnea riceve poi la convocazione per il raduno centro-sud a Morbegno ed entra nel giro della Nazionale cadette. 35 anni dopo, i suoi ricordi di quel periodo sono pieni di emozioni positive.

«Quel Decio Scuri è tra i ricordi più belli che ho – spiega Ursino –. Quello di Catania andò molto bene, ma anche l’anno successivo in Calabria fu bellissimo! Eravamo tutte fortissime, coese, gasate, grintose e con la sensazione che avremmo vinto sicuramente. Eravamo 10 matte! Avevamo acido lattico ovunque e sputavamo sangue a ogni partita, perché Di Piazza e Molino ci motivavano alla grande! Mi sentivo volare, avevo la pelle d’oca a ogni partita».

La Polisportiva Catania nell’estate 1986

 Giocare davanti al proprio pubblico le dava un piacere in più: aveva preso la palla a spicchi in mano appena da quattro anni ma già era una star nell’ambiente cestistico etneo. «Nel 1979 facevo danza, anche se ero troppo alta; provai il tennis, ma non mi piacciono gli sport individuali; a scuola giocai così a pallamano e pallavolo. Sono una team player, sostengo che si vinca e si perda insieme. Così quando Alfredo Greco parlò per caso con mia mamma, dicendole che cercava qualcuna per le giovanili, decisi di provare ad andare nella palestra di via Corridoni. Era il 1981, con coach Laura Maglia capii che ero portata per la pallacanestro, mi veniva naturale, mi piaceva il contatto, saltavo e correvo ed ero pure grintosa. A 12 anni mi ritrovai già in prima squadra a fare la mascotte delle mie compagne. Era come se avessi nove allenatrici personali a ogni partita».

Un salto a due conteso da Maria Grazia Ursino al PalaSpedini (archivio Daniela Motta)

Il salto non è facile: da zero alla Serie C c’è una montagna da scalare. «Ero scoordinata, fuori tempo, perché mi stavo ancora sviluppando e per le mie gambe lunghe – prosegue Maria Grazia –. Mi chiamavano “Bambi”… In squadra erano tutte affiatate, era un gruppo stupendo perché non c’era competizione e c’era il gusto di divertirci. Coach Greco mi diede grande fiducia e mi trasformò nel cambio di Marina La Rosa, l’ala-pivot. Lei studiava all’università e quando andò a Roma mi ritrovai titolare in C. Mi aiutarono anche Daniela Motta, Laura Maglia, Graziella La Rosa e Mariarosa Bonaccorsi».

Per quattro stagioni, dal 1983 al 1987, la Polisportiva disputa la Serie C e coach Greco dà uno spazio crescente a Ursino: con 181 cm, è un pivot perfetto per la quarta serie, un campionato poco più che interregionale. «Giocavo senza lo stress della performance ed ero semplicemente contenta perché mi convocavano. Conoscevo i miei limiti. Però mi riempirono d’affetto e… diventai brava. Iniziai a segnare anche 30 punti a partita e dopo due anni facevo la differenza. Dopo il Decio Scuri, vestii la maglia azzurra. Abbiamo fatto le qualificazione agli Europei a Toledo e poi le finali in Polonia nel 1987». Le azzurre chiudono ottave a Gorzow Wielkopolski: mai nessuna catanese si era imposta in Nazionale ed è il momento del salto di qualità.

In lunetta, Maria Grazia Ursino ha appena tirato un libero (archivio Daniela Motta)

Maria Grazia Ursino studia ancora a scuola ed è convinta ad alzare l’asticella, per confrontarsi con un palcoscenico molto più competitivo. «L’allenatore della Nazionale mi consigliò di andare in Serie A, avevo delle offerte ma i miei non volevano che andassi lontano – prosegue l’ex cestista –. Decisi di accettare la proposta di Priolo, ma lì è finita la mia favola perché non era come mi aspettavo e specialmente non mi divertivo più come prima. Non ha funzionato, sentivo che l’ambiente non era il mio e faticavo a giocare la Coppa Ronchetti infrasettimanale e coniugare l’impegno con la scuola. Per fortuna i professori del liceo di Siracusa erano illuminati e mi permisero di programmare le interrogazioni, cosa che non potevo fare a Catania. A metà del secondo anno a Priolo, ebbi una discussione con coach Santino Coppa e decisi di andarmene. Non era colpa di nessuno, solo avevano ragione Daniela Motta e Alfredo Greco: avrei dovuto giocare in B o in A2, non in A1. Uscii anche dalla Nazionale, dopo aver risposto a qualche convocazione ai raduni della Juniores».

L’avventura nel basket di Ursino si chiuse lì praticamente. Si può comunque appuntare al petto lo scudetto, visto che nella prima squadra siciliana a vincere il tricolore nel basket disputa quattro partite segnando otto punti, anche se scende in campo solo nelle prime giornate. In totale, chiude con 32 partite e 54 punti in A1 e 3 gare e 6 punti in Coppa Ronchetti con le biancoverdi della Trogylos Priolo.

Un’immagine della Trogylos Priolo 1988-’89, vincitrice dello scudetto. Ursino è la prima in piedi da destra

«In realtà, ho fatto anche un anno in A2 a Messina – precisa – ma diedi solo un esame all’università, avevo mille acciacchi e non mi andava più. Ero reduce da un gap year a Londra e non avevo più la stessa concentrazione ed il basket non era più centrale nella mia vita. Se diventi uno sportivo milionario ha senso far palestra e fisioterapia, ma a me piaceva e interessava studiare e il mio futuro era tutt’altro. Oggi continuo a correre e ad andare in palestra per scaricare la tensione. Ma quello era diventato un lavoro».

 Da vent’anni, l’ex azzurrina vive a Roma, ha ripreso contatti con alcune compagne dei tempi della Polisportiva, ma il basket qualcosa le ha lasciato: «È stato bello e non ho rimpianti – chiude –. Sono stata breve ma intensa nel basket! Di Catania mi sento con Motta, che era la mia capitana e mi ha allenata; ho incrociato qualche ex compagna dei tempi della Nazionale e non sono riuscita ad andare a una rimpatriata a Priolo a cui ero stata invitata. Anche mio marito è stato sportivo, ha giocato nella primavera della Lazio; ho provato a far giocare i miei figli a basket… mio figlio è molto atletico e così l’ho instradato, ma ha preferito calcio! Mia figlia invece ha preferito la pallavolo dopo aver vinto anche un premio come promessa giovanile nel basket». Peccato, visti i trascorsi della mamma, potrebbero essersi persi altri talenti da Nazionale!

Roberto Quartarone

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