Europei di basket: da Torino ’79 a Roma ’91
Il ricordo di… Roberto Brunamonti

Uno dopo l’altro, i ricordi di Torino 79, Praga 81, Nantes 83, Stoccarda 85, Atene 87, Zagabria 89 e Roma 91…

 

Roberto Brunamonti è nato a Spoleto, in provincia di Perugia, il 14 aprile 1959. Cresciuto nella squadretta di basket locale della scuola media “Dante Alighieri”, ebbe la fortuna di condividere il girone del Trofeo Ragazzi con la zona dell’Alto Lazio, e quindi anche di Rieti, dove venne adocchiato e poi prelevato, all’età di 15 anni. Già l’anno successivo l’esordio con la prima squadra della Sebastiani, dove si mise in luce per ben sette stagioni, coronati dalla conquista di una Coppa Korac. Dal 1982 divenne una bandiera della Virtus Bologna; qui le stagioni furono quattordici, e molti di più i titoli: quattro scudetti, una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia. Play-maker di 1,91, dal fisico longilineo, con due braccia lunghissime che gli permettevano di essere un ragno in difesa, veloce contropiedista e slalomista in attacco, si faceva notare per intelligenza e intensità di gioco. Il suo debutto in Nazionale nel maggio del ’78 in una amichevole, convocato da Giancarlo Primo, che poi lo portò all’Europeo del ’79. Da allora una presenza quasi costante per ben dodici anni, attraversando la bellezza di sette Europei (tanti quanti Marzorati, uno in meno di Meneghin), due Olimpiadi e due Mondiali. È stato ancora protagonista nel basket italiano sia come allenatore (una Coppa Italia con la Virtus Bologna) che come dirigente.

Roberto Brunamonti è il terzo giocatore (dopo Marzorati e Meneghin) per numero di presenze con la maglia azzurra: ha disputato sette Europei consecutivi, due Olimpiadi e due Mondiali (da Conoscere il basket).

“Dell’Europeo del ’79 a Torino ho un bellissimo ricordo, nonostante il quinto posto finale sia stato al di sotto di quello che tutti si aspettavano. Era la mia prima apparizione importante in Nazionale, e il fatto che si giocasse in casa mi aveva trasmesso ovviamente una carica in più. Ci tenevo anche per l’allenatore Giancarlo Primo, al quale sono rimasto affezionato per la fiducia riposta in me, che avevo appena vent’anni… Me la cavai nelle prime due partite di qualificazione con Grecia e Belgio, poi arrivò quella sventurata partita degli scivoloni sul parquet, contro la Cecoslovacchia, e il nostro torneo ne restò condizionato, anche se poi disputammo altre belle partite davanti al pubblico del Palaruffini…”.

“Entrai poi nell’era di Sandro Gamba, e anche a lui devo molto per come mi ha valorizzato. Subito l’argento olimpico a Mosca, poi ancora un quinto posto all’Europeo di Praga, per arrivare al trionfo di Nantes ’83… Ma a me piace sottolineare anche il valore della medaglia successiva: il bronzo di Stoccarda ’85. Quello è stato un altro momento storico per la nostra Nazionale, credetemi! Era in atto un cambio generazionale, c’erano diversi esordienti in squadra, cominciava a essere molto difficile superare avversari un tempo abbordabili, come i padroni di casa della Germania Ovest, ad esempio, o la Francia… Quello che non era cambiato era il bel gioco di squadra che con Gamba si riusciva sempre a esprimere… Che partita, quella finale per il terzo posto con la Spagna! Sofferta, interminabile, ma poi vincemmo alla grande…”.

Entrata a canestro di Brunamonti in una partita dell’Europeo di Stoccarda ’85 (da Giganti del basket, n°7-8, 1985).

“Anche quella fu la fine di un ciclo. Sulla panchina, infatti, andava a sedere Valerio Bianchini, e ancora una volta io ebbi il piacere e l’orgoglio di essere confermato in Nazionale. Passavo dalle mani di un grande allenatore all’altro… Devo dire, però, che Bianchini non ebbe la fortuna che meritava… L’Europeo di Atene ’87 fu esaltante per certi versi, perché vincemmo sette partite su otto, frustrante per altri, perché bastò farsi mettere sotto dalla Grecia per retrocedere al quinto posto… Diciamo che siamo stati vittime (le prime!) del fenomeno-Grecia, che mise sotto poi anche Jugoslavia e Unione Sovietica… Galis aveva una forza fisica e mentale incredibile; per non parlare del pubblico di casa: era come se fosse in campo…”.

“Il dispiacere di vedere chiusa in questa maniera la breve parentesi di Bianchini fu mitigato dalla gioia di ritrovarmi ancora una volta con Sandro Gamba in panchina, che mi riprese in Nazionale anche dopo l’intervento alla schiena al quale mi ero sottoposto nell’88… Stavolta avevo il compito di offrire alla squadra il mio contributo di esperienza, anche per il fatto di essere diventato capitano dall’Europeo di Zagabria ’89… La chiusura in bellezza, per me, fu con Roma ’91. Vincemmo un argento insperato, e così io completavo la mia collana di tre diverse medaglie europee! Fu davvero una apoteosi, con quel pubblico del Palaeur che veramente ci ha trascinato in tutte le partite, a cominciare dalla prima con la Grecia, con la quale avevamo un conto in sospeso… Poi una vittoria esaltante dietro l’altra, con Francia, Cecoslovacchia, Spagna; quando nella finalissima con la Jugoslavia abbiamo rimontato fino a 4-6 punti, sembrava che potesse giungere anche il miracolo…Ma davanti a noi c’era la Jugoslavia, con Kucoc, Radja, Divac, Danilovic, Dordevic, insomma un quintetto da NBA… Fu quella l’ultima Jugoslavia unita, o quasi; era stato richiamato in Slovenia, infatti, Jure Zdovc, che l’anno dopo ebbi come compagno di squadra alla Virtus… Ogni volta che parlava di Roma ’91, di quella finale e di quella medaglia d’oro che le erano state negate, scoppiava a piangere!”.

a cura di

Nunzio Spina

 

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